LA PROF. GRAZIA PROCINO INTERVISTA ALESSANDRO MARI

alessandro mari

Incontro Mari per la secondaalessandro_mari volta, ospite del Liceo Classico “P. Virgilio Marone” di Gioia del Colle. Dopo avergli portato fortuna con il Premio Viareggio Narrativa 2011 per il suo Troppo umana speranza, per questa sua seconda volta l’Aula Magna è gremitissima di ragazzi, genitori e docenti, curiosi di incontrarlo e di conoscere l’autore del romanzo Gli alberi hanno il tuo nome. Mari non è narcisista autoreferenziale, al contrario attento e disponibile a intrecciare dialoghi con i convenuti e a rispondere ad alcune mie curiosità.

Quando hai compreso che la tua passione per la scrittura poteva rappresentare tutta la tua vita?

Se per “rappresentare” intendi un mestiere o una sicurezza, un ruolo, non ho mai avuto questa certezza. Né la possiedo tuttora. Semmai, nel corso degli anni ho sempre più assecondatol’istinto di ascoltare e leggere storie, poiché tutte davano senso alla complessità di sentimenti e concetti che scoprivo quotidianamente. Dopodiché sono passato al racconto come riflesso naturale, dedicandogli gran parte deincontrarsi a sud procinol tempo e delle energie. Credo che la scrittura, soprattutto la narrativa, sia un incontro particolarissimo tra persone – un incontro che avviene a distanza di spazio e di tempo. Un momento in cui scoprirsi grazie alle parole di un altro. Leggiamo ancora Dostoevskij, e avvertiamo che parla ancora di noi, no? Se questo è vero, se si tratta di raccontare un grammo di umanità che un altro possa raccogliere e nel quale possa ritrovarsi, allora la scrittura può rappresentare la vocazione di una vita. Una ricerca.

La definizione di giovane talentuoso della narrativa italiana ti lusinga o incomincia ad annoiarti?

Il concetto di gioventù, applicato alla letteratura, è piuttosto vago: puoi restare un giovane talentuoso fino a sessant’anni. In altre parole vieni considerato una speranza di orizzonti nuovi, e questo potrebbe lusingarti, ma al tempo stesso potresti essere considerato un autore a cui non si guarda come a un punto fermo nel panorama letterario. Definizioni del genere, spesso, sono slogan di mercato che lavorano su stereotipi e appeal, etichette. Artisticamente mi percepisco tra la gioventù e l’età adulta. Sto maturando nella scrittura in cui mi ritrovo.

Tu prepari le tue storie documentandoti scrupolosamente sui personaggi storici che ricostruisci anche nella loro intimità, quanto ti serve questa fase per dare forma compiuta ai personaggi e alle storie?

La fase di studio e preparazione è un inseguimento necessario. Dapprima cogli alessandro-mari-mimmo-minuto_255537un odore, intravedi a malapena una figura in lontananza, una macchia, poi vengono i contorni, un particolare, dettagli, e devi tenere duro. Correre senza permettere alla ricerca di sfiancarti. Alla carta di seppellirti. Se la documentazione è svolta a dovere, la figura allora si precisa, e attorno a essa trova più nitore il contesto: strade, volti, voci. Insomma, non inizio mai a raccontare un personaggio del passato senza prima aver “abitato” un po’ quel passato – cose e mentalità – che è possibile rinvenire nelle fonti primarie e secondarie. Nel caso specifico del Francesco d’Assisi raccontato dal mio ultimo romanzo, la fortuna è che esistono medievisti e studiosi eccezionali, anzitutto italiani: Cardini, Frugoni, Manselli…Leggendoli, ho scoperto la mia ignoranza. Un’ignoranza positiva. Un sentimento che mi ha stimolato a saperne di più, piuttosto che a lasciar perdere. E il merito non è mio, ma di quegli studiosi che sanno appassionare.

Nell’incontro con i ragazzi del Liceo Classico “P. Virgilio Marone” di Gioia del Colle hai dichiarato di essere attratto dalle figure di uomini e donne che hanno fatto una scelta precisa di orientamento nella propria vita e l’hanno portata avanti in modo coerente, quanto costa oggi per un giovane scegliere e se è possibile farlo?

Scegliere è sempre possibile, dev’essere possibile perché è la condizione esistenziale primaria dell’uomo. Alcune parole di David Foster Wallace, raccolte sotto il titolo Questa è l’acqua, sono incentrate appunto sullapossibilità di scelta, e sulla responsabilità di tale scelta. Sulla fatica di scegliere nelle trincee della vita quotidiana. E si comincia da piccole cose. Per intenderci, in una società ripiegata su se stessa come quella in cui viviamo, già capire che chi sta in coda alla casalessandro mari troppa umana speranzasa del supermercato non è un cretino che ci rallenta, ma un essere umano simile a noi, con le stesse frustrazioni, e che noi stessi impersoniamo qualcuno che rallenta qualcun altro, è un primo passo nella scelta. Nell’orientamento di sé. Nella consapevolezza di come e dove direzionare il proprio pensiero.

Il primo romanzo Troppo umana speranza era un romanzo storico sul Risorgimento e quest’ultimo lo è nella ricostruzione della figura di san Francesco e nell’affresco del Medioevo, come spieghi la tua predilezione per questo genere piuttosto inusuale nel panorama letterario odierno?

Il mio interesse per materiale “storico” è un interesse personale, ancora prima che estetico: conoscere il passato per osservare il presente, e così avvicinarsi al futuro. Nella scelta di quale “passato” raccontare, invece, ho una predilezione per gli esseri umani che hanno incarnato particolari sentimenti e forze di rinnovamento e progresso umano. Mi attirano periodi e personaggi che, in qualche modo, sento risuonare ancora nel presente. O che vorrei sentire ancora risuonare. Il Risorgimento, o meglio gli anni che hanno preparato e animato il Risorgimento, in Troppo umana speranza, erano un grido d’allarme e insieme d’orgoglio. Francesco d’Assisi, ne Gli alberi hanno il tuo nome, è anzitutto l’esperienza terrena di un uomo capace di sovvertire pacificamente i valori imposti dalla società che abitava e che, per un tratto della vita, ha rappresentato in prima persona. Una proposta di fratellanza e carità che confligge, per esempio, con l’assillo della realizzazione personale a scapito di altri. Quel valore che anche oggi tentano di farci passare come necessario. La favola del PIL: più avrò, meglio starò. Soltanto che non ci si interroga su che cosa si possiede e produce.

Il tuo romanzo Gli alberi hanno il tuo nome mi ha rievocato il film di Ferzan Ozpetek Cuore sacro: una discesa verso gli abissi della propria anima alla ricerca di una vita autentica ma per gli altri folle, condividi questo accostamento?

Non ho mai visto quel particolare film, ma non è la prima volta che mi fanno notare agli-alberi-hanno-il-tuo-nome-alessandro-marilcune consonanze. Dunque, dovrò vederlo. In ogni caso, la discesa negliabissi del sé per ritrovarsi, la difficoltà di condividere un percorso che può apparire “folle” agli occhi altrui, è una tematica umana, e dunque artistica. Al di là di qualunque mio giudizio sul film di Ozpetek, quindi, è senz’altro un accostamento possibile. Com’è possibile accostare il mio romanzo alla storia di chiunque non basti più a se stesso. Di chiunque non si ritrovi più nei valori attuali e, soprattutto, nei sogni che un tempo credeva adatti a lui.

Perché hai avvertito l’esigenza di scrivere un romanzo sul richiamo alla povertà e alla donazione di sé?

Ci troviamo in un momento in cui è indispensabile ragionare sul concetto di essenzialità. Non sono uno scrittore illuminato. Non ho risposte. Ho semplicemente voluto condividere con onestà i miei dubbi, le vergogne, le disillusioni; le mie frustrazioni e le mie speranze. In un momento storico dove la crisi è percepita anzitutto come un fenomeno economico, ho avvertito la necessità di condividere coi lettori la mia preoccupazione per gli aspetti sociali e valoriali di questa cosiddetta crisi. L’essenziale e l’inessenziale, la ricchezza materiale e la povertà interiore sono tematiche eterne, vivono insieme all’uomo da sempre, ma in alcuni momenti si fanno più vive. Non meri esercizi retorici o etici, ma questioni reali che mordono le persone.

Il personaggio di Rachele, fragile come il vetro e irrisolta nella costante ricerca di sé, è felice e mi ha particolarmente colpito: come nasce questa figura di donna distante da Anita Garibaldi del primo romanzo?

Concedendomi una piccola forzatura, potrei rispondere che Rachele è un’Anita sopravvissuta. Se quella ragazza sudamericana carica di vitalità e forza d’animo, anziché morire contribuendo a far nascere il nostro Paese, fosse vissuta fino a oggi, forse si ritroverebbe nelle condizioni di Rachele. Una donna che ha cercato di realizzarsi ma che, realizzandosi, si scopre in una condizione di precarietà. A livello intimo e sociale. Una donna che comincia a dubitare delle coordinate alle quali si è affidata, arrivando a domandarsi se, forse, siano davvero attuali. O migliori di altre. È quello che accade a Rachele quando inizia a dubitare del suo compagno Ilario, per esempio.

Hai ammesso la tua predilezione per scrittori e poeti come Dickens, Dante, Dostoevskij, posso chiederti il nome di qualche scrittore attuale che apprezzi?alessandro-mari

In Italia ammiro la qualità letteraria e l’onestà intellettuale di Maurizio Maggiani, la sua verve di cantastorie. E Antonio Tabucchi, che se n’è andato da poco. Anche molti dei cosiddetti giovani talentuosi, però: Antonella Lattanzi, per esempio, ha appena scritto un gran bel romanzo. In ogni caso incontro qualche difficoltà nell’indicarti una predilezione per gli scrittori che stanno tra la mia generazione e quella di Maggiani. Mi astengo dal generalizzare: ammetto soltanto che ho più punti di contatto con chi è nato negli anni Cinquanta, oppure alla fine dei Settanta. Nel panorama straniero noto all’Italia, se dovessi fare un nome, al momento sarebbe quello di Julian Barnes. Ma c’è sempre un libro memorabile da scoprire tra i tanti qualunque.

Quale l’incontro più importante fino a questo momento della tua vita a cui senti di dire grazie?

Moltissimi, non uno soltanto. Persone, libri, panorami, animali… Non si tratta solalessandro-mario dell’eccezionalità di chi o cosa incontriamo, ma del momento personale in cui ci troviamo. Se siamo in ascolto, sempre un po’ smarriti, tutto può coglierci alla sprovvista e stimolarci. Qualcuno di questi incontri, naturalmente, l’ho inserito nei miei libri. La mia forma di ricordo e ringraziamento. Ovviamente l’ho inserito come fa un narratore: mascherandolo. Perciò non sarà semplice individuarli e ricondurli a me. Nella sfera privata, invece, ho la fortuna di poter contare su poche persone che sanno restarmi vicino e incoraggiarmi (o pungolarmi) sempre, in ogni circostanza reale o umorale, ma appartengono appunto alla sfera privata, e tali rimangono.

Cosa soprattutto vorresti che il lettore apprezzasse di te?

La scrittura, ovviamente. Ossia che ritrovi nella mia scrittura qualcosa di sé. Un tema, una sensibilità, una domanda. L’autore è destinato a svanire, no? Persino la società che gli sta attorno è destinata a mutare. E così ogni chiacchiera. Resterà soltanto ciò che ha scritto.

Alla fine dell’intervista, voglio esprimere il mio pensiero su Alessandro Mari: è raro trovare nella realtà odierna esibizionistica e frivola una persona discreta che tiene per sé, quindi intime, esperienze ed elementi a lui cari; uno scrittore alla continua ricerca di orizzonti e stimoli più vasti e profondi, che, nutrito di umiltà, percorre la strada più difficile ma gratificante: quella dell’artigianato della scrittura.

Grazia Procino

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