Martedì 19 Novembre 2019
   
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ISABELLA CAPOZZI “CI VEDIAMO IN LIBRERIA”

isabella capozzi

isabella capozzi Le definisce attraversate da una forte ambivalenza. Attraversate da stati d’animo ed entità di senso opposto. “Le mie poesie passano da un preponderante desiderio vitale ad un'altra altrettanto forza distruttiva. Da una forma fortemente malinconica ad una ironica”, in questi termini Isabella Capozzi si esprime sulla sua poetica, durante il reading ‘Ci vediamo in libreria’, avutosi venerdì 24 gennaio, presso l’accogliente libreria ‘Librellula’, sita in via Ricciotto Canudo 132. Ed in effetti è una poesia che, nonostante racconti di un amore spesso distruttivo, riesce a sollevarsi e a prendersi gioco di se stessa. Predilige, inoltre, i versi liberi, perché considera la metrica dipendenza: “[…] Mi sembra che il dover scegliere una parola piuttosto che un’altra non mi dia la giusta libertà di espressione”, così afferma la giovane scriisabella capozzittrice gioiese.

Il suo punto di vista è androgino, e parla anche al maschile, perché, nonostante l’indubbia autobiografia delle sue poesia, a volte le piace spostare il suo sguardo, per poi cercare un punto di vista universale. Dichiara che i suoi scritti altro non sono che un’impronta imperfetta della realtà. E conclude il suo discorso iniziale sostenendo che vorrebbe raggiungere la platonica e tanto agognata unione di passione e ragione.

In sostanza: “Vorrei abbandonare gli amori impossibili e darmi alle scopate probabili”! La scena è lasciata alle tre suadenti voci che animano le parole di Isabella: Fiorella Cardilli, Laura Colaninno, e Giovanna Carelli. Al centro i sentimenti, primo fra tutti l’amore, ma un amore legato alla nostalgia e a quel travaglio interiore che ne consegue. “Ridammi il cd di Jaff Bucley e l’identità di Kundera. […] Ti chiedo, anche, di restituirmi il sorriso del 2002, la bambina chcolanie era in me, alla quale hai rubato il vestito a fiori dell’allegria. Rendimi quel regalo che si fa sempre e non torna mai: me stessa”, così declamano le tre attrici. Canta l’amore che dà dipendenza e che ubriaca: “Vorrei perdere il vizio dell’amore e dall’alcol. Tanto tutti e due ubriacano. Si beve fino a quando si ha sete di qualcosa o di qualcuno […] L’amore e la passione non durano più del tempo di un Campari. Soda per te. Bitter per te”.

Scrive dell’amore illuso e poi disilluso, amaro e dolce, dell’amore che incanta e disincanta, dell’amore proteso verso il soisabella capozzimmo, ma che si risolve in catabasi: “E svuotarsi giorno dopo giorno, passo dopo passo, e non trovarti. Fuori. E riempirsi vena dopo vena, e cavità dopo cavità, e trovarti. Dentro. […]”. Le sue liriche si nutrono della poesia di Montale, De Luca, Neruda, Sbarbaro, e Verlaine.

Capovolge con rispetto e umiltà dei capisaldi della poesia contemporanea, e “Nuda sei semplice come una delle tue mani, liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente, hai linee di luna, strade di mela, nuda sei sottile come il grano nudo. […]” – componimento dello spagnolo Pablo Neruda – diventa in Isabella Capozzi un componimento il cui incipit è: “Nuda sei semplice, ma vestita stai meglio”.

Gioca con delle parole che hanno in sé un’ambivalenza semantica, e “Tu, B/bari” è sia un semplice lungomare che un lungomare di parole. Meravigliosi, infine, gli intermezzi musicali dati dalla maestria di Ilaria Nitti – che ha musicato i versi della stessa Isabella Capozzi – e dalla voce penetrante di Pamela Chiarappa.

 

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