Mercoledì 20 Novembre 2019
   
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L’INTERCULTURA DELL’UTE CON ONORINA SAVINO-foto

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onorina savino uteIntercultura. Un tema di estrema attualità su cui confrontarsi ed aprire un dialogo in qualunque contesto e a qualunque età. Questo il messaggio che l’Università della Terza Età di Gioia lancia proponendo “L’intercultura - Una risorsa per la crescita della persona”, incontro cui il 6 aprile avrebbe dovuto partecipare il professor Sergio D’Onghia - assente per motivi di salute - ed interamente affidato (e con successo) alla dottoressa Onorina Savino, esperta nelle problematiche del dialogo interculturale per formazione, professione e sensibilità.

La Savino, originaria di Sammichele, laureata in “Scienze politiche in ambito giuridico internazionale” e in “Comunicazione linguistica e interculturale”, vanta un master in “Alta formazione per le funzioni internazionali” ed è spesso a Bruxelles e in viaggio nel mondo.

“Si parla tanto, oggi, di “intercultura” - afferma nell’introdurre l’incontro la presidente dell’U.T.E. Giovanna Viterbo - ma ne conosciamo a fondo il significato e soprattutto la nostra generazione è preparata a questo? Perché parlare di ”intercultura” significa parlare di una nuova visione del mondo. Un mondo senza confini, nel quale l’incontro con culture altre, porta non alla assimilazione della più debole o alla ghettizzaziute e intercultura2one e rafforzamento di comunità etniche chiuse, ma allo scambio ed all’influenza reciproca come la parola stessa ci indica: interazione. Dunque scambio, reciprocità, apertura. Ma perché questo avvenga bisogna superare stereotipi e pregiudizi che nel corso dei secoli hanno causato tante tragedie. Solo la prospettiva interculturale ci può aiutare a vedere il diverso non come il nemico ma come “l’altro” da noi e addirittura “l’altro” come una “risorsa”. Come dice l’antropologo Robert Hanvey - conclude la Viterbo con una citazione - “…chi è chiuso nella gabbia di una sola cultura, la propria, è in guerra col mondo e non lo sa”. Se non vogliamo essere testimoni passivi dei disastri umani, dovremo accettare che un approccio interculturale non è una delle molte possibili opzioni per affrontare i problemi della società umana, ma la sola che è coerente con la vita in un mondo globalizzato. L’interculturalismo è un imperativo e non una scelta”.

La dottoressa Onorina Savino nel suo intervento ripercorre le tappe salienti dell’evoluzione dell’intercultura e intraprende un interessante dialogo con il pubblico, che interagisce contribuendo al dibattito con testimonianze dirette, riflessioni e vissuti.

"I processi di globalizzaziute e intercultura3one associati all’uso delle nuove tecnologie ci espongono, ogni giorno, all’esperienza del rapporto con l’altro quale portatore di una cultura diversa. I conflitti cui sempre più spesso assistiamo - afferma Onorina Savino -, trovano radici proprio nell’incapacità di relazionarsi con la cultura altra; nell’incapacità di stabilire un dialogo interculturale capace di trasformare il conflitto in dialogo, ovvero, in processo di reciproco arricchimento”.

L’intercultura, oggi, non è più un optional di cui dotarsi nei viaggi all’estero, ma un’esigenza quotidiana all’interno della stessa cultura di appartenenza; risponde al bisogno di mantenere e costruire la relazione con l’altro senza il quale la nostra stessa identità non può declinarsi e crescere. A far pendere la bilancia del risultato verso un dialogo con l’altro realizzato invece che utopico è, ancora una volta, l’educazione, nel caso specifico quella all’interculturalità. Un’educazione capace di  insegnarci  ad attraversare i ponti tra le culture, tra l’io e il tu, di suggerirci il “come” praticare l’andirivieni sul ponte, ovvero, come mantenere e nutrire lo spazio di con-fine (luogo costituito dai punti che ci separano e al contempo abbiamo in comune)”.ute e intercultura4

Dall’incontro - per altro molto partecipato - scaturiscono interessanti riflessioni. L’intercultura non insiste sulle “culture”, ma è attenta alle relazioni tra le persone. In passato l’idea che le culture siano identità rigide, che i loro confini siano difficilmente modificabili, idea in cui affondano le radici “differenzialiste”, ha incoraggiato il sorgere di un “neorazzismo culturale” che inevitabilmente ha portato a scontri tra civiltà. Le culture non sono organiche e chiuse, ma passano attraverso processi di trasformazione e di adattamento, le stesse contraddizioni interne, mosse da dinamiche sociali, inducono cambiamenti ed il contatto con altre culture ne influenza l’evoluzione, attivando meccanismi di apertura e cambiamento o - al contrario - di rafforzamento della propria identità. L’intercultura insiste sullo spazio che sta nel mezzo - inter -, che si colloca tra incontro e interazione.

L’intercultura non è mai rinuncia, censura, negazione, impoverimento – afferma Onorina - il pluralismo e l’intercultura non funzionano per sottrazione, ma semmai per addizione e per sintesi. Non c’è intercultura senza dialogo, non c’è dialogo che non sia interculturale."

"Affinché sia autentico è fonute e intercultura vitrerbodamentale la centralità dell’alterità e della relazione, la disposizione interiore all’accoglienza della differenza, la reciprocità, il rispetto”.

Le relazioni per loro natura sono dialogiche, l’interagire produce compromessi perché la relazione significa anche la ricerca di un’accettazione reciproca. Ma come avviene questa ricerca dell’accettazione reciproca? Avviene con grande difficoltà quando le soggettività interagiscono all’interno di una relazione asimmetrica. A dialogare non sono entità astratte (le culture), ma uomini e donne con storie, vissuti, sofferenze, speranze proprie irripetibili. Creare e favorire occasioni di incontro in luoghi e spazi che favoriscano il contatto effettivo, l’ascolto reciproco, la narrazione altrui, ma anche valorizzare esperienze e testimonianze vissute in un dialogo fecondo possono aiutare senz’altro il percorso. Occorre partire dagli elementi che ci accomunano piuttosto che da quelli che ci dividono."

“Giunti a quest’incrocio pericoloso della Storia - scrive lo scrittore libanese Amin Maalouf, - bisognerebbe proporre a tutti, ai popoli d’Europa come alle popolazioni venute d’altrove, un nuovo contratto sociale, un contratto di coesistenza che permetta di guarire, poco a poco, le ferite del tempo”.

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