Martedì 19 Novembre 2019
   
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LE “ARITMIE“ DI FORTUNATO BUTTIGLIONE ALL'UNOTRE-foto

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aritmie foto gruppoQuando l’Amore si lascia declinare in versi e la Poesia sceglie il battito del cuore e le sue “Aritmie” per scandirne la metrica in uno spazio - Spazio UnoTre -, che l’Arte crea e dissolve in un battito di ciglia, il sortilegio dell’elegia e la sua sottile malia seducono, avvincono, incantano…

Aritmie d’Amore” di Fortunato Buttiglione, presentato a fine anno nel chiostro (“AMORE É MOLTO PIÚ GRANDE DI COLUI CHE AMA”-foto ), torna in marzo a Spazio UnoTre, in una splendida e originale performance.

Antonella Lozito - nel duplice profilo di donna e uomo, yin e yang - nel suo assoluto silenzio recita attraverso il volto e le gestualità la sua arte…

Benda di nero cantori e muse narranti, colora Vito di sole e amore mentre Adriano, Laura, Marica emario pugliese paint Isabella e lo stesso Vito recitano i versi di Fortunato resi vibranti dalla loro emozione.

La poesia assaporata attraverso le voci di chi da spettatore assurge al ruolo di attore e protagonista, avvince e dà senso ad un percorso culturale sempre più condiviso e coinvolgente.

Mario Pugliese, tradito dalle tecnologie, improvvisa e crea scenografie d’Arte in paint che il “Caso” e l’estemporaneità rendono ancor più belle.

Non salva i suoi progetti grafici - veri capolavori di improvvisazione e creatività nonché ipotetiche “copertine” editoriali - li colora e ridipinge in mille varianti e gradienti, rimarca sergio donghia in aritmietratti, traccia volti con il mouse, clicca su sfumini e pennelli e riempie d’Arte lo schermo.

Gli scatti fedeli di Fabio Guliersi ne “salvano” la memoria, raccontano attraverso le immagini la stessa storia, i “dietro” le quinte, gli istanti vissuti, le emozioni sussurrate al microfono appeso, alieno orpello di acustica necessità.

Fotogrammi, frame e pixel colorati e in bianco e nero si frantumano e in dissolvenza assumono le sembianze di coriandoli e sabbia imprigionati nella clessidra del tempo di un book fotografico!

buttiglione declamazioni

A Sergio D’Onghia il compito di recensire l’opera in diretta. Con le sue attente e acute riflessioni conduce tutti per mano alla scoperta di una partitura poetica di rara bellezza.

“Una lettura perfetta - a detta di Giacomo Leronni - un contributo notevole dal punto di vista critico in un’epoca in cui viviamo immersi in una critica asfittica. Fortunato ha avuto fegato e coraggio pubblicando questo suo libro, un dono, una bellissima epifania per tutti color che amano la poesia.”

Scrivere di poesia non richiede “fegato”, ma cuore - risponde di rimando Fortunato Buttiglione -, il titolo è scaturito da sé, alla fine di quattro anni dedicati alla scrittura e alla limatura dei versi. E’ una dedica all’amore assoluto… L’aritmia siamo noi, la nostra limitatezza, il nostro voler possedere l’amato, passando attraverso l’eros, la passione, poi l’innamoramento ed infine l’amore. Ringrazio tutti coloro che mi sono vicini, mia moglie - mia musa -, gli amici vicini e lontani…” tra cui Nicola Vacca, che ha donato al poeta una recensione (“ARITMIE D’AMORE”. LA RECENSIONE DI NICOLA VACCA) non meno appassionata di quella “ispirata” dai versi del poeta a Sergio D’Onghia, di seguito riportata.

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 sergio donghia«Sei la mia schiavitù sei la mia libertà/ sei la mia carne che brucia/ come la nuda carne delle notti d’estate/ sei la mia patria/ tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi/ tu, alta e vittoriosa/sei la mia nostalgia/ di saperti inaccessibile/ nel momento stesso/ in cui ti afferro». Cosi scrisse Hikmet - uno dei maggiori poeti del ‘900 - in un famoso frammento del 1949, un anno prima della sua liberazione, dopo una sofferta prigionia politica durata dodici anni, e consumatasi nelle durissime prigioni turche. Era stata la protesta sociale contenuta delle sue opere, a renderlo inviso al governo di Kemal Atatürk. In prigione maturerà la sua più struggente e conosciuta lirica d’amore, riunita, in parte, nella raccolta dal titolo Lettere dal carcere a Munevver: «Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo./ Il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto./ I più belli dei nostri giorni/ non li abbiamo ancora vissuti. E quello/ che vorrei dirti di più bello/ non te l’ho ancora detto» (trad. italiana di J. Lussu). È questo ciò che accade tutte le volte in cui la poesia incontra, si fonde e si confonde col mistero dell’amore. Una fuga, totale e assoluta, dagli anfratti miseri ed angusti della solitudine umana. Un esodo antico che cammina senza sosta con i passi del cuore, un talmud di carne e sangue e sogni incapace di corrompersi o di essere taciuto. Versi che inneggiano alla felicità o alla gratitudine, così come al dolore o al pentimento, salmodiando a quel miracolo terreno che imita benissimo la trascendenza.

Perciò questo incontro è eterno e assume le forme di una libera epifania, capace - sotto ogni cielo e ad ogni latitudine - di annullare lo spazio e il tempo, tanto far dire a Borges - un altro gigante della poesia del XX secolo - che nel divenire ciclico della storia, tutto ricomincia e si rianima, nella neogenesi della poesia e, naturalmente, dell’amore: «Chi abbraccia una donna - scrive - è Adamo. La donna è Eva./ Tutto accade per la prima volta» ( da Felicità, ne La Cifra, 1981, trad. italiana di D. Porzio).

A questa regola eterna, immutabile ed umanissima, sorretto da questi, come da altri illustri ricamatori di emozioni, non poteva sottrarsi Fortunato Buttiglione in queste sue Aritmie d’Amore. L’ambiente è, naturalmente, quello stesso dell’anima: un’infinita distesa materiata di poesia in cui si aggirano i battiti, ora limpidi, ora sordi, altre volte accelerati e persino aritmici, di un cuore che ha amato, ama, e - c’è da scommetterci - amerà ancora. Perché è questo il destino di chi s’è dato come precetto quello di celebrare la vita sull’altare delle emozioni.

È il sacrificio, malinconico e seducente al tempo stesso, che l’amore chiede ai suoi accoliti, a tutti coloro che hanno avuto - come il nostro amico - l’ardire, e anche un po’ l’ingenua irriverenza, di chiamarlo con la A maiuscola. Storia antica, si dirà, e davvero la nostra tradizione, della quale Buttiglione non può non aver avvertito il richiamo, non a caso ha sempre restituito ad Amore ciò che è dell’amore, chiamandolo per nome tutte le volte che era necessario invocarlo, o maledirlo, sospirarlo o solo ricordarlo. È quello che - non senza qualche rischio - ha provato a fare il nostro autore nel suo breve, ma intenso, Canzoniere.

Certo, questo accostamento, ben lo capiamo, può riservare qualche inevitabile imbarazzo, perciò l’abbiamo pronunciato solo questa volta e non lo faremo più, ma quel telaio circolare che fa da impalcatura ai versi del poeta aretino, quella “malinconia amorosa”, che si posa come polvere di sogni sui desideri e sui rimpianti d’amore, è il primo richiamo che si coglie tra le pagine sincere di queste Aritmie d’Amore.

Altri riferimenti, oltre ai già citati Hikmet e Borges, portano dritto a Machado, Prèvert, Bertolucci, Saba, Neruda, Lorca - solo per richiamarne alcuni - avendo già avvertito il riflesso dei nostri antichi elegiaci, ma è nell’aggettivo “sincero” che si gioca il gusto e l’originalità di questa, come di altre, raccolta di Buttiglione. È sincero, o così è sembrato a noi, il rimpianto della spensieratezza, lasciata in pegno nelle mani dell’Amore, per inseguire, giovane e ingenuo fanciullo, un nuovo e più ardente gioco; è sincera la paura che accompagna, da sempre, l’innamorato e che genera aritmie che intorpidiscono le calme lagune degli occhi amati; è sincera l’ammissione della passione che arde, nonostante un sicuro amore, in «desideri inespressi» che resteranno tali, perché l’Amore, quello con la maiuscola, ha «divieti incomprensibili/ ai voli sconfinati dell’azzardo»; ed è ancora sincera l’allitterazione «delicata delizia d’assenzio» quando, come migliaia prima di lui, questo onesto cantore di battiti prova a definirlo quel fuoco febbrile che toglie il sonno. Perché l’amore, quando prende le forme della passione, sa “intossicare l’anima”, come scriveva il grande Totò e, complice un sorriso, «arma l’arco del desiderio», per la soddisfazione impertinente del riccioluto Cupido.

Gli occhi - i veri protagonisti di questa raccolta - sono i primi testimoni di questo lancio amoroso. Vittime e, spesso, carnefici sono loro che disegnano, con i loro spigoli arrotondati, le sorti di una storia. Sanno ridere, incatenare, sono incapaci di non vedere, svelare stratagemmi, sanno distendersi come laghi, dare l’addio, chiudersi stanchi per la lunga attesa, sanno accecarsi, per consegnare l’ultimo ricordo al tatto, e, soprattutto, sanno saziarsi di quell’attesa che schiude al profumo eterno del desiderio. Gli occhi, dunque, come vedette dello stupore, e con loro le labbra, il vero “braccio armato” dell’amore, l’asola del desiderio, l’ineluttabile prolungamento del cuore, labbra che bisbigliano, afferrano, trattengono, mordono, incatenano al corpo e ai suoi sapori.

Come avrete forse intuito, il libretto ha decisi accenti sensuali; e non potrebbe essere diversamente. D’altra parte verbi come “pulsare, mordere, ammaliare, graffiare, coagulare” - solo per richiamarne alcuni - ricordano al lettore che il Parnasio è lontano quando lo guardiamo dalla terra. E sulla terra, che piaccia o no, comandano i sensi. Sono loro a dare ritmo alla raccolta, fluidi e potenti come una piena, perché è l’acqua l’elemento primordiale che lubrifica i versi della silloge. È l’elemento che predomina su tutti gli altri. A volte l’amore sa essere solo visione o attesa, immagine che non si concretizza se non nel sogno, ma solo l’acqua è in grado di conservare la bellezza assoluta della forma. L’acqua riempie, dona quella sensazione di appagamento che sazie le arsure del corpo.

In essa l’amore affoga e riemerge, altre volte ristagna, altre ancora «tracima oltre gli argini», «fluttua indomita», perché - scrive ancora Buttiglione alla sua amata - «Sei come acqua di fiume … / la figura liquefatta/ acquisti movimento perenne/ scorri in sinuosi alvei». Persino l’Amore, quello personificato con la A maiuscola, assume per sé le molteplici forme dell’acqua, perché il suo moto inarrestabile ha «le forme della bellezza». Già la «bellezza», la grande alleata dell’Amore, un «desiderio rosa» - ci sussurra Fortunato - che ha le sembianze di un corpo disteso, un territorio tattile scandagliato con le mani e sul quale potersi finalmente arenare «come acqua generosa di linfa». Dopotutto è acquoso il distillato degli amanti, perciò non meraviglia se il nostro autore predilige «le acque vorticose» alla «terra arida e polverosa di luglio/ che risucchia la pioggia del temporale».

Ancora una riflessione meriterebbe “la notte”, il palcoscenico sul quale danzano e si aggirano gli attori di questo copione amoroso, ma lascio ai tanti, mi auguro davvero molti, lettori di questa fatica il piacere di aggirarsi a tentoni tra le dune epidermiche di questi versi. Concludo con un l’invito che il nostro autore fa alla sua bella, che vorrei questa sera diventasse anche il mio, il nostro augurio per i giorni avvenire: «Amore, affoghiamo tutti gli orologi/ perché non abbiano più senso/ le parole principio e fine». Sarebbe bello se davvero ci riuscissimo, anche solo per questa sera, grazie a tutti.” [Sergio D’Onghia]

Commenti  

 
#3 mario pugliese 2013-03-18 16:55
mi associo
 
 
#2 Antonella Lozito 2013-03-18 14:25
Grazie Dalila :lol:
 
 
#1 Fabio Guliersi 2013-03-18 10:21
Grazie Dalila, poetessa prestata al giornalismo.... il tuo articolo è splendido, come sempre del resto... dopo averlo letto, anche i non presenti alla serata è come se fossero venuti. Bravissima !!!
 

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