Domenica 16 Dicembre 2018
   
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La Medea di Christa Wolf non fu un’infanticida

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WOLF_medea1 “Non c’è modo migliore di impiegare il tempo vuoto delle vacanze estive che dedicarsi alla lettura. In queste giornate ho scelto di rileggere un libro per me fondamentale “Medea” di Christa Wolf. Come la Wolf, ritengo che gli archetipi essenziali della cultura occidentale siano nati in Grecia, in quanto produzione culturale di altissima valenza simbolica e pilastro inamovibile del pensiero antropologico occidentale.

La “Medea” della tedesca Wolf è un libro potente che scardina la storia di Medea così come è narrata da Euripide nella tragedia omonima: la principessa barbara inganna padre e fratello per aiutare Giasone a riconquistare il vello d’oro, fugge con lui a Corinto. Quando Giasone l’ abbandona per sposare Glauce, la figlia del re, per punire il suo uomo, uccide i suoi stessi figli e la rivale. Il mito di Medea rappresenta lo scontro drammatico sia tra il mondo istintuale della Colchide e quello razionale della Grecia, sia la contrapposizione tra la sfera femminile e quella maschile. Il dato orribile della vicenda narrata da Euripide è l’infanticidio, che rende il personaggio di Medea detestabile o, in altri casi, a seconda della sensibilità, dotata di una morale atipica per la gente civile. L’elemento dell’infanticidio è quello che il romanzo di Christa Wolf mette in discussione, rigetta completamente ripercorrendo una versione del mito, che raffigura la società intollerante e violenta di Corinto emarginare la scomoda Medea, esiliarla e lapidarle i figli. Il merito della Wolf è di aver dissepolto questa versione pre-euripidea, che si basa sulla volontà che i Greci avevano di cercare un capro espiatorio per liberarsi da pestilenze o da colpe. Il rito espiatorio che colpisce una figura, caricata dalla società di segni negativi, come nel caso di Medea, mira alla liberazione della città dalla pestilenza.

L’asse portante del romanzo è l’indagine sull’origine della violenza, che, a interpretare il disegno della scrittrice, è aliena dal matriarcato, di cui Medea è espressione sanguigna e viscerimagesale. Un personaggio che si nutre della cultura matriarcale non può avere ucciso i propri figli, questo è l’assunto da cui muove la Wolf, che trova le prove della sua veridicità nelle fonti antecedenti a Euripide.

Nel romanzo diverse concezioni del mondo vengono espresse da sei personaggi, le Voci, che è il sottotitolo del libro, monologhi di intensa e vibrante profondità e, talora, liricità. La Medea della Wolf è una femmina fiera, trasgressiva, depositaria di un sapere istintivo che la rende capace di guarire il corpo e la mente; non finge mai, va a testa alta, non si nasconde dai pericoli e dai segreti, non pone limiti alla propria voglia di vivere, né barriere di difesa nei confronti degli altri, non diffida di nessuno, ma va incontro a chi ha bisogno. La scoperta del segreto su cui è fondata la città di Corinto -il re Creonte ha ucciso la figlia primogenita per il timore di perdere il potere e consegnarlo a una donna- rende Medea sinistramente scomoda agli occhi dei Corinzi, che prima la diffamano di aver ucciso il proprio fratello Apsirto, poi la identificano nel capro espiatorio da allontanare dalla città, colpita dalla pestilenza. Aizzata dalla corte, la folla inferocita lapida i figli di Medea, avuti da Giasone.christa wolf

La macchina del sopruso maschile neutralizza la pericolosità di Medea per consentirsi la sopravvivenza nel potere e il perpetuarsi dello status quo, fatto di violenze e di assuefazione alle ingiustizie, all’interno sanguinario, che sotto lo strato esterno addomesticato è la parte più genuina della città di Corinto.

Medea viene espulsa dalla città per la ragion di Stato, i suoi figli uccisi “perché se lo meritavano”; è il terrore di perdere il potere che fa commettere il male e nessuno vuole e può contrastarlo. Neppure gli amici e gli estimatori della “guaritrice” Medea. Il male come elemento irrimediabile e incontrastabile non viene accettato dalla barbara e per questo va punita. La civiltà del logos annienta la physis, la natura”.

 

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