Lunedì 19 Novembre 2018
   
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Sere a sud-est di Pio Tarantini. I “nonluoghi” diventano luoghi”

mostra Pio Tarantini

mostra Pio Tarantini Inaugurata venerdì 8 giugno 2018 la mostra fotografica di Pio Tarantini «Sere a sud-est», ospitata nel chiostro del comune di Gioia del Colle fino al 18 giugno. Una manifestazione organizzata da FotoArte di Raimondo Musolino e Artiemiele di Pio Meledandri in collaborazione con Alessandro Capurso e con il patrocinio del comune di Gioia.

Ha introdotto la presentazione il curatore Pio Meledandri che ha ringraziato gli organizzatori e il Comune di Gioia per aver accolto l'evento nel suggestivo scenario del chiostro comunale.

Meledandri ha sottolineato la perfetta sinergia che si è subito creata tra lui e Pio Tarantini, di cui ha curato altre mostre; un'intesa forse dovuta all'omonimia, ha ipotizzato scherzosamente.

Entrambi i fotografi sono pugliesi e condividono le radici nella cultura contadina, una formazione che insegna a osservare le piccole cose. L'identità è formata da una serie di frammenti e le fotografie di Tarantini rappresenmostra Pio Tarantinitano un mosaico del nostro territorio.

L'artista mantiene una visione neutrale, quasi fredda, pur partecipando emotivamente ai luoghi del suo Salento. In lui la poesia si materializza in immagine visuale.

Oggi molti parlano di «nonluoghi», citando l'omonimo testo di Marc Augè, spesso senza neanche averlo letto. Augè ha messo in allarme la società, poi Bauman ha definito la società liquida, che secondo Meledandri ormai è «gassosa», senza prospettive o ideali.

Tarantini con le sue fotografie offre invece un messaggio positivo. I nonluoghi diventano luoghi, le periferie abbandonate o le vie di trasporto assumono un'identità, un valore per la società.

Spesso per dare identità a un luogo basta un segno identitario forte, condiviso, come è accaduto recentemente a Bari nella zona in cui è stata installata la ruota panoramica, novità accolta positivamente dai baresi, divenuta parte essenziale del paesaggio. Un luogo da vivere, non di passaggio, in una zona che in forme diverse è sempre stata considerata luogo ludico dai baresi.

Le fotografie di Tarantini cercano di rappresentare un filo che unisca il Salento, il meridione.

Spesso ferma la luce del tramonto, quel momento magico mostra Pio Tarantiniquando va via il sole, soprattutto in campagna e il giorno cede alla notte la sua luce, la sua vita. Predilige lo scambio tra la luce del giorno e il buio della notte.

Oggi tutti si fotografano, in un eterno selfie collettivo, spesso senza neanche fare attenzione a quello che viene inquadrato, solo per la smania di postare più foto possibili.

Emblematica una delle foto in mostra che ritrae la folla che dopo il passaggio della processione sfodera i cellulari e volta indietro per riprendere l'illuminazione accesa della festa patronale. Un rito collettivo, inconsapevole, che unisce sacro e profano, la tradizione della festa e la moderna ossessione del selfie, l'illusione di fotografare e condividere ogni momento.

In questa mostra, Tarantini, come già nel precedente «Imago», utilizza spesso il «mosso», la persona che si muove appare come una sorta di fantasma, una scia che ci dà un'indicazione, un riferimento metafisico.

Meledandri paragona il viaggio di Tarantini nel suo Salento al ritorno a Itaca di Ulisse, quasi una ricerca esistenziale (chi sono? dove vado?), una riscoperta dPio Tarantinielle proprie radici, ritrova in questo percorso un riferimento dell'autore a se stesso e alla propria vita, vissuta spesso lontano dalla sua terra.

Prima di dare la parola a Pio Tarantini, ha voluto fare un breve saluto anche Raimondo Musolino, dell'associazione FotoArte, nata per far conoscere e propagandare la fotografia. L'argomento scelto quest'anno dall'associazione per le sue foto tematiche sono i «frammenti urbani».

Pio Tarantini si è detto felice di poter tornare nella sua terra d'origine per presentare il suo nuovo lavoro, di poter dialogare con noi.

La mostra «Sere a sud-est», già presentata in passato a Bari e Taranto è stata rinnovata per un terzo con nuove immagini. Rappresenta forse la dicotomia esistenziale dell'autore, trasferitosi da giovane a Milano, ma sempre innamorato della sua terra, trasformata negli anni, tanto che a volte i suoi scatti sono l'unico ricordo di scorci che negli anni si sono trasformati o addirittura non esistono più.

Nel ritorno c'è il sentimento, la nostalgia, ma anche la ragione.

Anni fa Tarantini ha realizzato un catalogo intitolato «Mille chilometri vicino», dedicato al suo paese natale Torchiarolo; mille chilometri sono infatti la distanza che separa il centro pugliese da Milano, il luogo di residenza del fotografo, dalle sue radici.

Tarantini scatta fotografie ad ampio raggio, non dimenticando mai le sue origini di autore di reportage fotografici di denuncia, unendo la passione per la bellezza all'impegno civile.

Nelle sue foto c'è a volte uno sdoppiamento d'identità dal punto di vista temporale e spaziale.

La mostra «Sere a sud-est» in origine si chiamava «La montagna oltre il mare», in riferimento alla speranza di riuscire a vedere (e fotografare) nelle giornate terse i monti della vicina Albania dal Salento.

Tarantini ha illustrato brevemente le foto della mostra proiettate sullo schermo, scusandosi per la scarsa qualità del colori dovute al metodo di proiezione, invitando tutti a confrontarle con le immagini originali in mostra.

Secondo Tarantini la fotografia ha anche un ruolo di testimonianza e di impegno sociale.mostra Pio Tarantini

Nel suo libro «il passato e i pensieri» Tarantini dedica alcuni scatti anche agli ulivi monumentali, oggi minacciati gravemente dalla xilella.

Nel 1972 il suo primo lavoro era dedicato ai quartieri degradati di Brindisi.

Al termine dell'incontro ci sono state alcune interessanti domande dal pubblico, a cui Tarantini ha provato a rispondere in maniera rapida; alcuni quesiti avrebbero richiesto ore e ore di approfondimento come quello sui motivi per cui si fotografa. Difficile rispondere in poche righe, ogni fotografo ha le sue motivazioni, il suo stile, il suo modo di leggere il mondo.

Oggi la fotografia è un fenomeno inflazionato; molti pensano che basti un cellulare per sentirsi fotografi e postare i propri scatti sui social.

In realtà occorre anche una visione, un modo di leggere la realtà. La fotografia è solo uno strumento che l'autore usa per mostrarci la sua descrizione, la sumostra Pio Tarantinia finestra sul mondo.

Non basta solo l'intermediazione dello strumento tecnologico, il bravo fotografo intuisce prima quello che vuole rappresentare e poi cerca di riprodurlo,

Negli anni ogni innovazione tecnologica ha portato a un cambiamento del linguaggio utilizzato, a volte ampliando le possibilità espressive, a volte banalizzando il risultato finale come per l'attuale tendenza dei selfie.

Tarantini non propone ricette; l'unica strada è fare il proprio lavoro con serietà senza pensare troppo al successo, badando a raccontare i nostri dubbi. L'artista deve suscitare riflessioni, porre dubbi, non fornire risposte. Deve dare un messaggio positivo: l'uomo si può migliorare.

Qualcuno ha fatto notare che le foto di Tarantini suscitano una sensazione di inquietudine, una spinta al cambiamento. Manca la quiete, forse per una visione illuministica.

Il fotografo ha ricordato che spesso il suo linguaggio, quello che qualcuno ha definito «stile tarantiniano» si serve della luce crepuscolare e dell'uso del mosso.mostra Pio Tarantini

Viviamo in un periodo di crisi delle ideologie e del pensiero filosofico. La logica del capitalismo ha scelto la globalizzazione, causa delle migrazioni. Non si può fermare il movimento dei popoli con soluzioni populistiche.

Mancano punti di riferimento, nelle nuove generazioni non esiste più lo spirito critico.

Possiamo solo dare un indirizzo facendo bene il nostro lavoro, mostrare delle strade più che offrire soluzioni.

I cambiamenti sono spesso troppo veloci e la politica non riesce a stare al passo, a prevederne l'evoluzione per gestirli al meglio. Qualcuno dice che oggi «le periferie si costruiscono da sé», prima che gli enti locali riescano a predisporre piani urbanistici e regolamentazioni varie.

Pio Tarantini nel suo lavoro mette sempre in primo piano l'etica, il rispetto dei soggetti ritratti, dei valori di riferimento positivi.

Fa in modo che la poesia tocchi i nostri cuori attraverso le immagini.

Come fa anche il fotografo sudafricano Pieter Hugo nella sua mostra «Permanent Error», dedicata alle discariche tecnologiche, dove gli scarti delle nostre tecnologie vengono bruciati in condizioni disumane per recuperare qualche residuo di materiali prezioso. Hugo tratta situazioni drammatiche, ma non indugia sulla violenza; cerca invece di cogliere la bellezza all'interno della negatività.

Spesso invece oggi si fa un uso distorto della fotografia, si tende a rubare le immagini private e a usarle in maniera sensazionalistica.

Il fotografo racconta delle storie attraverso le immagini, ma in ogni scatto racconta anche se stesso, il suo modo di vedere, di pensare. È importante che sappia comunicare valori positivi per migliorare la societmostra Pio Tarantinià.

Nelle scuole purtroppo non si insegna fotografia, e spesso neanche più storia dell'arte.

Il ruolo dell'artista/narratore è praticare linguaggi diversi, adeguando il suo modo di comunicare al sentimento del tempo. Altre civiltà hanno un diverso modo di manifestare l'arte e la comunicazione.

In Puglia siamo epigoni, discendenti della Magna Grecia, culla della civiltà occidentale. Omero ha racchiuso nell'Iliade e nell'Odissea tutti i sentimenti umani, condensando la storia dell'uomo, le tematiche universali valide ancora oggi.

Dopo di lui Virgilio, Dante e Shakespeare hanno definito i canoni della civiltà occidentale.

Oggi cambiano le forme con cui si esprimono i contenuti, ma l'arte vera si esprime sempre con un linguaggio adeguato allo spirito dei tempi. Gli artisti hanno il dovere di fare onestamente il loro mestiere di rappresentare il mondo.

Concludo con una frase di Pio Tarantini, che credo riassuma al meglio il contenuto dell’incontro: «La fotografia è un linguaggio concettuale che nasce nella testa dell'artista, non nella sua macchina fotografica».

 

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