Lunedì 19 Novembre 2018
   
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Sei storie di donne eccezionali ne “La mia stanza” al Rossini

la mia stanza al rossini

la mia stanza al rossini Un laboratorio di scrittura e messa in scena teatrale declinato al femminile può creare alchimie ed atmosfere di rara intensità, quasi magiche, una sorta di “sorellanza” corale e plurale percepita a pelle.

Se poi il laboratorio è diretto da una attrice e regista come Ilaria Cangialosi, dall’altissima professionalità e dotata di estrema sensibilità ed empatia, nasce una vera e propria opera d’arte, promossa dalle “Ombre” che da sempre credono in appassionate modalità di approccio all’arte teatrale.

La mia stanzain scena al Rossini in giugno, vede sei donne - madri, mogli, figlie - intrecciare le proprie vite a quelle di altre donne che hanno lasciato un segno nella storia, nella cultura, nel cuore di chi ne conserva il ricordo, attraversando il tempo.

Dopo averle incontrate, ascoltate, interiorizzate, le attrici le raccontano rivivendo le loro emozioni, con spontaneità e dolore, perché ogni storia lo attraversa.

Storie di violenza, storie in cui il mal di vivere dilaga e porta al suicidio, storie di riscatto, storie di donne che hanno lottato per affermarsi e per difendere la loro dignità e quindi in qualche modo storie ancora presenti in ogni donna che nel sula mia stanza al rossinio retaggio conserva traccia dei pregiudizi del passato, del doloroso percorso per affermarsi, nonostante tutto e tutti.

“Eccole le mie donne. Coraggiosissime e folli, di una follia capace di costruire anziché annientare. Orgogliosa di loro, fiera di questo lavoro per nulla semplice, in cui mi hanno seguita, abbattendo pian piano tutte le riserve... la bellezza è l’unica strada possibile...” afferma Ilaria Cangialosi a fine spettacolo, quando l’emozione si stempera e l’adrenalina è ancora a mille ed i costumi di pesante velluto soffocano ogni illusione di freschezza. E’ il secondo laboratorio che conduce qui a Gioia, il primo - “Legami” - esplorò baratri di intimità, scandagliando i loro animi.

Nel portare in scena “La stanza” Ilaria le ha intervistare nei loro ruoli, scelti in prima persona, lasciando che curassero da sole la selezione dei testi. Le ha invitate a scrivere pagine di diario esplorando i loro cuori e la loro mente fino a sentirle parte di sé, portandole “fuori” per ritrovarsi “dentro”.

I monologhi sono serrati, non dialogano tra di loro, eppur percepiscono ogni singolo reciproco respiro, mentre la luce le cerca.

Sono loro, Maria Gentile nelle vesti di Mla mia stanza al rossiniary Shelley, Marilina Lattarulo intensa Sibilla Aleramo, Vincenza Pastore coraggiosa ed audace Elisabeth Cochran, alias Nellie Bly che non aveva mai scritto una parola che non provenisse dal suo cuore, Rita Petrera, emozionatissima Virginia Woolf, Angela Medico perfetta Artemisia Gentileschi ed Antonia Ripa, orgogliosa Charlotte Brontë, vestite da Micaela Colella, illuminate da Giuseppe Dimichele e dirette da Ilaria Cangialosi per abitare “La mia stanza”, un non luogo in cui ritrovarsi ed immaginare i pensieri di donne vissute dal 1630 al 1941.

Donne eccezionali, intense, emozionanti, autentiche, assolutamente vere tornate a vivere con voci naturali, a volte indignate, altre sussurrate, tutte vibranti nella loro diversità di timbro ed impostazione, senza omologazioni accademiche, palpitanti ed emozionanti come le storie raccontate attraverso i singoli vissuti, storie strazianti ma anche di riscatto…

“Il segreto è tutto nella nostra testa, dobbiamo cambiare rimanendo fedeli alla nostra natula mia stanza al rossinira […].Una donna per poter scrivere ha bisogno di tanto danaro e una stanza tutta per sé - riflette ad alta voce Virginia mentre percorre la sua stanza al cospetto di un pubblico quanto mai reale con cui deve confrontarsi e che esorta affinché risponda.

“Dove sono tutte queste donne? Sono perse nell’oblio? Sono ancora imbavagliate? Vagano solitarie nel tempo oppure chiacchierano tra loro? Sono dietro questa porta, sono rimaste chiuse fuori... o forse sono rimaste chiuse dentro la loro stanza appunto..."

"Le donne non dovrebbero avere potere sugli uomini bensì su se stesse - afferma Mary che trova conforto e rifugio nell’immaginazione senza di cui avrebbe “… vagato all’infinito nelle strade senza uscita della vita."

Artemisia nel suo lucido furore interpretato con passione da Angela Medico, trasforma il pennello in una spada e vendica più volta sulla tela lo stupro subito. Inveisce contro chi l'ha tradita, non perdona chi l'ha torturata ed ha permesso che tanto male le fosse fatto per scagionarla. La sua colpa? Aver avuto il coraggio di denunciare lo stupro subito. La sua nemesi è nei colori, nei volti, nel successo che l'arte le donerà per sempre. 

Sibilla condanna il retaggio che le impedisce di esprimere se stessa. "Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incola mia stanza al rossinintaminato, di bello."

Per Elisabeth "… è solo svelando la verità dei fatti che si possono spingere le persone a cambiare il mondo.”

“Ho riflettuto molto sulla vita delle donne che non sono sposate - afferma Charlotte - e sono giunta alla conclusione che non vi sia nulla di più rispettabile sulla terra di una donna che, giorno dopo giorno costruisca la propria vita con pazienza e tenacia senza il supporto di un marito o di un fratello e che possieda una mente equilibrata che le consenta di apprezzare i piaceri semplici e di avere il coraggio di affrontare le inevitabili difficoltà dell’esistenza."

Nel gioco di luce in dissolvenza, le donne appaiono e scompaiono con i loro drammi, le loro sconfitte, ma il loro spirito continua ad aleggiare nei silenzi e nelle musiche scelte ad arte con parsimonia, lasciando ogni drammaturgia alla voce nuda.

Uno spettacolo assolutamente da replicare e riassaporare![foto Nunzio Ponte]

 

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