Martedì 21 Agosto 2018
   
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‘Eracle’ rivive nel racconto dei virgiliani di “I Love” Classico

54° festival teatro greco

54° festival teatro greco “Il 54^ Festival del teatro greco di Siracusa che si svolge quest’anno offre la rappresentazione delle tragedie “Edipo a Colono” di Sofocle, “Eracle” di Euripide e, a partire da fine giugno, della commedia “I Cavalieri” di Aristofane. Il pubblico, proveniente da ogni parte del mondo, assiste alle rappresentazioni dei drammi classici nello stesso luogo, circondato da un’aura d’incanto, degli spettatori dei secoli quinto e quarto a. C. I giovani, in modo particolare, hanno un’occasione rara, quella di incontrare il teatro greco e di viverlo sulla loro pelle. Sensazioni sconvolgenti, emozioni profondissime abitano gli spettatori: è impossibile rimanere freddi o impassibili all’azione drammaturgica. Si sente aleggiare lo spirito degli eroi, il loro strazio dopo l’apoteosi, la determinazione a dirigere testardamente le proprie convinzioni verso la rovina. Le alterne vicende degli uomini che furono le riconosciamo come nostre perché chi ha saputo leggere l’animo delle Cassandra, Ecuba, Clitemenestra e dei Teseo, Ippolito, Eracle lo ha fatto in modo eterno e fisso. L’uomo contemporaneo si sorprende a essere malato di incanto, bisognoso di emozioni forti così come l’uomo greco della classicità: nulla è mutato nella dimensione ontologica dell’uomo. Proprio nulla, nonostante la modernità esasperata che stritola l’umanità, riducendola a poltiglia maleodorante.

La tragedia euripidea dell’Eracle sarà messa in scena dalla regista Emma Dante, che ha affidato anche i ruoli maschili ad attrici, capovolgendo il tradizionale stereotipo del teatro classico di far interpretare i personaggi femminili agli attori. Una assoluta novità che in tanti fremono di vedere. Le classi seconde dei due Licei gioiesi assisteranno alla rappresentazione dell’Eracle e la classe II A del Classico si è preparata al rito magico del teatro attraverso la lettura e l’analisi del testo. La riflessione sul testo è indispensabile per comprendere e fare propria la dimensione culturale, sociologica, antropologica, del teatro. Quelli di seguito sono gli scritti di alcuni studenti, che, tutti, hanno mostrato interesse e stupore nel constatare la piacevolezza sconvolgente e attuale della tragedia. Complice Euripide, il più tragico dei tragici e il più sorprendentemente moderno!”

GRAZIA PROCINO

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UN EROE MORTALE d54° festival teatro grecoi Giuseppe Calabrò (II A)

“Tutti associamo la figura di Eracle all’eroe mortale in grado di affrontare le dodici fatiche, eppure in questo dramma, scritto da Euripide, troviamo un vero e proprio mutamento del personaggio. Il dramma ha inizio con un appello che Anfitrione, padre di Eracle, lancia a Zeus, padre biologico di Eracle. Quest’ultimo si trova ancora nell’Ade, per ordine di Euristeo, e la sua città, Tebe, viene conquistata da Lico, che occupa la reggia cacciando Anfitrione, Megara, moglie di Eracle, e i suoi tre figli ed aggiungendo alla loro pena una condanna a morte: infatti il re ha paura che la prole di Eracle, una volta divenuta adulta, rivendichi l’assassinio di Creonte uccidendolo. Ma proprio quando la sua famiglia sta per essere ammazzata, l’eroe torna dall’Ade, dicendo che il suo ritardo è giustificato dal fatto che ha aiutato Teseo, signore di Atene, ad uscire dagli inferi. Munito del suo arco e della sua clava, che mille nemici e mille mostri aveva sconfitto, libera la città di Tebe prima ingannando e poi uccidendo Lico. Una volta liberata la reggia, Eracle viene colpito dalla gelosia di Era, moglie di Zeus, che manda Iride, messaggera degli dei, e Lissa, dea della follia, obbligando quest’ultima a punire Eracle facendolo impazzire e facendo macchiare le mani dell’eroe dell’assassinio dei figli e della consorte; Lissa non può far altro che obbedire, distrugge la reggia di Eracle e confonde la mente di questi facendogli credere che la sua prole e sua moglie siano rispettivamente figli e consorte di Euristeo. In preda all’ira Eracle uccide tutti, ma nel momento in cui sta per uccidere suo padre, Anfitrione, ecco palesarsi una dea, che tramortisce ed addormenta Eracle. Al suo risveglio l’eroe riprende coscienza e con rammarico scopre l’orrore causato dalle proprie armi. Eracle ormai affranto pensa di uccidersi, ma ecco che compare Teseo, venuto da Atene in suo aiuto, che gli porge una mano e gli propone di abbandonare Tebe e di seguirlo nella città di Pallade dove sarà accolto come un vero eroe. Ancora distrutto per ciò che ha commesso Eracle accetta, saluta il padre, e segue Teseo. Tutta la vicenda è accompagnata dal coro, ovvero le voci dei vecchi tebani che commentano, lodano e compatiscono Eracle e la sua famiglia. Questo dramma mi è piaciuto per la complessità della trama, ricca di colpi di scena, ma soprattutto per la vera e propria trasformazione di Eracle che all’inizio del dramma viene associato alla figura dell’eroe virtuoso così anche quando di ritorno dall’Ade, libera Tebe. Ma cambia totalmente nel momento in cui si risveglia e si rende conto di aver ucciso la sua famiglia rivelando quindi una fragilità che per un eroe come lui diventa segno di debolezza. Molto appropriati gli interventi del coro, con frasi che lasciano riflettere il lettore. Infine, oltre alla follia, che in quest’opera viene molto posta in rilievo, riconosciamo anche il senso dell’amicizia, grazie a Teseo, che da Atene parte verso Tebe per soccorrere Eracle. Nella vita serve proprio a questo l’amicizia, a non abbattersi e a contare sempre su qualcuno”.

TRA FORZA E FRAG54° festival teatro grecoILITÀ di Ivana Capozzi (II A)

“La tragedia ‘Eracle’ è stata scritta da Euripide. Euripide mostra il valoroso eroe greco Eracle diviso tra la forza e la fragilità. La tragedia è ambientata a Tebe,mentre l’eroe è disceso nell’ Ade per affrontare l’ultima delle sue fatiche, Lico, colui che ha ucciso Creonte, padre di Megara, moglie di Eracle, si è impadronito del potere e vuole uccidere i tre figli di Eracle per evitare che, una volta cresciuti, lo uccidano, vendicando così il nonno materno. Tra i personaggi presenti vi è il coro che dialoga con i personaggi e interagisce con loro e che, nel corso della tragedia, elenca le dodici fatiche di Eracle. Proprio quando la famiglia di Eracle è pronta per essere sacrificata, giunge Eracle, la cui famiglia pensava fosse morto. Egli racconta alla sua famiglia i precedenti avvenimenti che gli sono accaduti e in questo modo decide di tendere un agguato a Lico. L’uccisione di Lico da parte di Eracle è raccontata dal coro. La sorte si è capovolta, la felicità e la gloria di Eracle si trasformano in poco tempo in infelicità, perché la dea Era, per vendetta, manda Lissa, dea della rabbia e del furore cieco e Iride, messaggera degli dei, affinché si impossessino dell’eroe greco . L’eroe infatti pieno di follia uccide la moglie e i suoi figli, poiché pensa che essi siano i familiari di Euristeo, colui che gli aveva imposto le fatiche; questa scena avvenuta all’interno della reggia viene raccontata dal messaggero, il quale narra che Eracle non riesce ad uccidere il padre Anfitrione grazie all’intervento di Pallade, che lancia ad Eracle un masso, facendolo sprofondare in un sonno profondo. In seguito viene legato alle colonne del suo palazzo e al suo risveglio, ignaro di ciò che è accaduto, il padre Anfitrione gli mostra i corpi senza vita dei figli e della moglie Megara e gli rivela che lui stesso è l’assassino della sua famiglia. Subito Eracle pensa al suicidio, perché ha ucciso i suoi amatissimi figli, ma glielo impedisce il suo amico Teseo, che è giunto a Tebe per salvare i familiari di Eracle dalle minacce di Lico. Teseo offre ad Eracle ospitalità presso Atene, perché l’eroe greco l’ha salvato dal regno dei morti, ma Eracle riflettendo bene, pensa che se non riesce a superare le sventure, non saprebbe affrontare il nemico, quindi decide di sopportare la sofferenza e accetta la proposta di Teseo.

Il tema dominante della tragedia è la follia, scatenata dalla gelosia di Era, ed è proprio la follia a spingere il valoroso eroe greco ad uccidere la sua famiglia. Eracle,dopo essersi accorto di aver ucciso sua moglie e i suoi figli, ha intenzione di suicidarsi, non solo per il gesto che ha fatto ma anche per la vergogna che dovrà subire. La venuta di Teseo lo spinge a riflettere sull’ atto che ha intenzione di compiere, infatti pensa che qualora morisse gli uomini lo ricorderebbero come un vigliacco, quindi decide di vivere, sopportando e vivendo con la vergogna per l’azione commessa. Questa tragedia infatti mostra come la sorte dettata dagli dei a volte possa essere inevitabile. Sembra che Eracle viva due vite, una da eroe e l’altra da vittima, nel momento in cui uccide la sua famiglia inconsapevolmente, a causa della follia. Eracle prende atto di ciò che fatto solo quando ritorna sé stesso. Per Eracle sarebbe stato più facile togliersi la vita, invece decide di continuare a vivere perché c’è bisogno di più coraggio per rimanere in vita. Ho gradito questa tragedia soprattutto perché Eracle è spesso rappresentato come un uomo invincibile e invulnerabile, ma Euripide lo rappresenta nella sua piena debolezza, sottoposto ad un inesorabile destino”.

LA FOLLIA DI ERA54° festival teatro grecoCLE di Ilaria Colacicco (II A)

“Questa tragedia vede come protagonisti Eracle, un certo Lico (figlio dell’omonimo Lico), Anfitrione (padre di Eracle) e Megara (moglie di Eracle). Mentre Eracle si trova nell’Ade per compiere l’ultima delle dodici fatiche, ovvero portare sulla terra Cerbero (il cane a tre teste), a Tebe Lico, dopo aver ucciso Creonte (padre di Megara) si impadronisce del potere. Lico intende uccidere non solo Megara ma anche i figli di Eracle, poiché teme che questi, una volta uomini, possano vendicare l’assassino del nonno materno. Megara, ormai rassegnata all’idea di morire, veste se stessa e i propri figli con gli abiti funebri. Ma, quando tutto sembra perduto, Eracle fa ritorno a Tebe e uccide Lico. Tutto sembra volgere per il meglio quando Era, la dea che odia Eracle poiché simbolo dell’ennesimo tradimento di Zeus, ordina a Lissa, dea della follia, di insinuarsi nella mente di Eracle che, in preda alla pazzia, uccide moglie e figli, credendoli la progenie di Euristeo. Quando Eracle rinsavisce, Anfitrione gli mostra i cadaveri dei familiari, svelandogli che è lui stesso l’assassino. In balia del dolore Eracle pensa di suicidarsi, ma a fermarlo è il suo amico Teseo (Eracle lo aveva portato indietro dall’Ade), che lo convince a seguirlo ad Atene, dove trascorre il resto della sua vita, o meglio dove sopporta di vivere.

Una delle tematiche affrontate nella tragedia è l’impossibilità di opporsi alla morte. Infatti Megara, pur amando i suoi figli, accetta la loro morte, poiché giudica sciocco opporsi alle circostanze. Ritroviamo questo tema anche nelle parole di Anfitrione, il quale afferma che la vita è una cosa misera e che il massimo bene che può concedere consiste nel passare dal giorno alla notte senza patire dolori. Un’altra tematica dell’opera è la follia, rappresentata dalla dea Lissa che, impossessandosi di Eracle, lo costringe ad uccidere la sua famiglia. Gli antichi Greci, infatti, non comprendendo la pazzia umana, concepivano la malattia mentale come manifestazione del volere di divinità malvagie e persecutorie, come Lissa. Nella tragedia, inoltre, emerge l’importanza dell’amicizia che può curare anche le ferite più sanguinose. Ne è un esempio quella tra Eracle e Teseo: quest’ultimo distoglie Eracle dal pensiero di uccidersi. Il suicidio, infatti, non è un atto di valore ma un atto di viltà, in quanto consiste nel fuggire dalle responsabilità della vita. È per questo motivo che Eracle “si condanna a vivere”.

Personalmente ho trovato molto appassionante la lettura di questa tragedia. Ho apprezzato anche la funzione del coro, che fa da sfondo alle vicende della tragedia, commentandole. Il personaggio che più mi ha colpito è stato quello di Megara, donna coraggiosa che, anche quando stava per morire, ha mantenuto la sua nobiltà d’animo:” l’onore della stirpe ci impone molti obblighi”. Infatti insiste per non morire tra le fiamme di un rogo, in modo da non essere oggetto di scherno per i nemici”.

L’ULTIMA 54° festival teatro grecoFATICA di Valeria Covella (II A)

“Nella tragedia di Euripide “Eracle”, durante l’assenza di Eracle, Lico si appropria illecitamente del trono di Tebe. Mentre Eracle compie la sua ultima fatica, i cittadini di Tebe invano si lamentano, poiché l’usurpatore Lico minaccia la vita della moglie di Eracle, Megara, insieme ai propri figli e al vecchio padre Anfitrione. Intanto che Lico cerca di sterminare i parenti di lui, la famiglia dell’eroe prega per la salvezza attorno all’altare di Zeus; e proprio quando il dolore sta per annullare tutto e lasciare spazio alla morte arriva Eracle, che dopo aver liberato Teseo dagli Inferi, si appresta allo scontro e, così pieno d’ira, uccide Lico. Quando tutto sembra essere finito, Era, dea nemica di Eracle, manda Iride e Lissa, dea della rabbia, così da far impazzire Eracle, che, preso da un furore inspiegabile, uccide la moglie e i figli; Atena riesce a salvare Anfitrione bloccando l’eroe con un sasso lanciatogli sul petto. Dopo ciò Eracle sviene e viene legato, così al suo risveglio si ritrova incatenato alle colonne del suo palazzo, preso da una totale amnesia; il padre gli mostra i cadaveri dei cari e gli rivela che la causa della loro morte è stata proprio lui, così egli sconvolto, preso dalla disperazione e dallo sconforto cerca di suicidarsi, ma a fermarlo è Teseo, arrivato dopo aver conosciuto le minacce di Lico nei confronti della moglie e dei figli. A quel punto Teseo convince Eracle che la sfida più grande che dovrà affrontare sarà proprio la sopportazione del dolore insieme alla consapevolezza dell’azione compiuta. Il tema principale della tragedia è la follia, infatti Eracle è un uomo che rappresenta a pieno l’immagine della virilità e del buon senso che dimostra cercando di andare a salvare i propri cari dal nemico; egli infatti non ha intenzione di “impazzire” ma è appunto colto da un atto improvviso di pazzia senza motivo, che lo trascina in una catastrofe suscitata da Era. Un’altra tematica della tragedia è il superamento del concetto tradizionale della follia, poiché Eracle è convinto che gli dei non si lascino trascinare dagli uomini e quindi che non siano responsabili delle catastrofi e delle pazzie umane. A mio parere, questa tragedia racchiude a pieno due concetti opposti: la fedeltà, la preoccupazione verso la propria casa, la propria famiglia e il condizionamento, gli imprevisti, gli ostacoli che rendono difficile il nostro percorso di vita e che mettono in discussione anche ciò che per noi è apparentemente chiaro. Eracle dopo aver realizzato cosa aveva fatto involontariamente rinuncia al suicidio che equivale a un atto di viltà, infatti affrontare la vita con tutte le sue responsabilità e i suoi ostacoli, piuttosto che fuggire condannandosi a vivere al posto di morire, in questo contesto è la scelta più facile e meno dolorosa. Così Euripide ci mostra che ognuno di noi può essere due tipi di eroe: o l’eroe che compie la propria azione memorabile senza pensare alle conseguenze, o l’eroe che compie la propria azione assumendosi anche le proprie responsabilità, a costo di soffrire più di quanto si pensi, così come nella vita si può essere degli eroi superando i limiti e le difficoltà di questa, la scelta rimane a noi. Euripide ci lascia una riflessione: quanto può valere il volere dell’uomo, così vulnerabile ma apparentemente indistruttibile, davanti al volere del destino?”

IL CAPRICCIO DI UN DIO di C54° festival teatro grecoamilla Fortunato (II A)

“Cosa spinge un uomo alla follia? Oggi una persona che rasenta l’assurdo con parole, azioni e atteggiamenti sconsiderati, viene da noi etichettata come “folle”. E se invece non ci fosse una spiegazione alla follia? Se nascesse dal capriccio di un Dio?

Eracle era stato sempre un eroe. Ora si trova nell’Ade e la sua famiglia si danna per la sua mancanza. All’inizio della tragedia Euripide ci presenta due personaggi di fondamentale importanza per l’eroe: il padre, Anfitrione e la moglie, Megara, dalla quale ha avuto tre bambini. Il vecchio e la donna percepiscono l’arrivo della morte ed entrambi la temono, sebbene l’uno abbia cara la speranza di sopravvivere, l’altra si preoccupi per la sorte dei figli. Il nucleo familiare viene spezzato dall’arrivo di Lico, tiranno di Tebe, che denigra l’eroe defunto in una discussione con Anfitrione, che evidenzia le idee opposte dei due uomini riguardo la guerra. Lico risponde alle parole ostili di Anfitrione annunciando le sue intenzioni di bruciare viva la famiglia. Ma dopo essere stato invocato disperatamente da Megara, Eracle appare e prepara un agguato per uccidere Lico, complice il padre. Come sempre però, il destino di un uomo viene ribaltato dagli dei ed Eracle subisce l’ira di Era. L’arrivo di Lissa immobilizza e ammutolisce l’eroe, e come la quiete prima di una tempesta, tutto tace. Subito comincia a roteare gli occhi venati di sangue, schiuma bavosa gli cola dalla bocca, scoppia in una risata pazza e poi la distruzione. L’uomo che aveva generato e amato i propri figli con tutto se stesso, che mai aveva avuto vergogna nel mostrare tenerezza verso le sue creature, per un attimo di follia trafigge i loro corpicini, fracassa i crani, interrompe per sempre pianti e urla. Eracle non ha alcun contatto con il mondo reale, tanto che all’urlo di Megara: “Tu li hai messi al mondo! Cosa fai? Vuoi uccidere i tuoi figli?” non risponde, né sembra ascoltarlo. In preda alla furia uccide anche la stessa Megara. In seguito l’intervento della dea Atena fa cadere l’eroe in un sonno profondo, ma non sereno. Infatti al risveglio dovrà pagare in lacrime e tormenti il prezzo delle sue azioni folli. L’unico a salvarlo dai suoi pensieri suicidi sarà l’amico Teseo, che lo aiuterà a sopravvivere sotto la sua protezione.

Così nell’animo di Eracle prevale il coraggio sulla viltà, la voglia di resistere su quella di lasciarsi andare e l’accettazione dell’essere schiavo del destino sull’illusione dell’indipendenza. Tuttavia c’è qualcosa a tenerlo legato al passato: le sue armi. Rappresentano il passato da eroe ma anche il presente da assassino. Le armi sono solo una delle tante contrapposizioni presenti in questa tragedia. Come si possono amare i propri figli e allo stesso tempo ucciderli? Come si può in un attimo passare dalla gioia all’infelicità? Si tratta di prove evidenti riguardo l’inevitabilità del destino umano e la straordinaria fragilità con la quale anche il più valoroso degli uomini, per un attimo di follia, può divenire il più sventurato”.

L’EVOLUZIONE DI E54° festival teatro grecoRACLE di Antonella Lassandro (II A)

“La tragedia si svolge a Tebe. Eracle si trova nell’Ade per il compimento dell’ultima delle dodici fatiche. Nel frattempo nel mondo dei vivi il tiranno Lico si è impadronito della città; ciò ha messo in pericolo la vita di Megara, moglie di Eracle, di Anfitrione, padre di Eracle e dei suoi tre figli. Proprio quando la fine per loro sembra vicina, Eracle ritorna dagli inferi e appare davanti al suo palazzo: qui ucciderà Lico.

Sembra che tutto sia sistemato, ma la quiete non è destinata a durare. Sul tetto del palazzo appaiono le dee Lissa e Iride, che annunciano il destino di Eracle: a causa della rabbia di Era, egli ucciderà moglie e figli, accecato dalla pazzia.

Nella reggia ha inizio l’eccidio; solo Anfitrione, grazie ad Atena, sarà risparmiato. Anfitrione riesce ad immobilizzare Eracle legandolo ad una colonna. Quando Eracle si sveglia, ormai lucido, trova davanti a sé i cadaveri e si copre il volto per la vergogna e la disperazione. In quel momento sopraggiunge Teseo, amico di Eracle e in debito con lui poiché Eracle lo aveva liberato dall’Ade. Egli persuade Eracle a continuare a vivere, sostenendo che un eroe come lui non può morire suicidandosi, un gesto considerato vigliacco. Entrambi si dirigono ad Atene, lasciando Anfitrione con i cadaveri dei suoi cari.

Protagonista del dramma è certamente Eracle. Egli inizialmente incarna lo stereotipo dell’eroe greco, ma poi segue una drammatica evoluzione: l’eroe infatti, dopo aver inconsapevolmente assassinato moglie e figli, arriverà addirittura a meditare il suicidio, atto disdicevole per un eroe nell’antichità. Il padre terreno Anfitrione, ormai vecchio e stanco, rappresenta la solida base d’appoggio di Eracle, così come anche Megara non perde mai la speranza di vederlo tornare dagli inferi per salutarla. I tre figli sono il futuro della Grecia, stroncati dalla gelosia folle di Era e ancor prima, seppur senza successo, dall’usurpatore Lico, incarnazione del potente tirannico. Infine Teseo è la luce, la speranza di un futuro nuovo, l’amicizia e l’affetto che salvano dai momenti bui.

Si può dire che i temi principali del dramma siano due: la follia e l’amicizia che salva da se stessi.

La follia è vista come uno strumento di punizione divina. Euripide analizza la follia quasi come fosse uno psichiatra; la forza che invade Eracle è capace di distruggerlo, nonostante tutto il suo eroismo. A questa fase segue la depressione dell’eroe, prigioniero dei suoi sensi di colpa. Proprio come colpito da una sindrome maniaco-depressiva, dopo la follia egli non riesce più neanche a muoversi e parlare e medita azioni suicide.

Dopo i nefasti avvenimenti, Eracle dubito della bontà degli dei, in particolare di Zeus, suo padre divino. Egli infatti, in contrapposizione ad Anfitrione non è stato presente per Eracle; ciò porterà l’eroe a rinnegare il padre divino. Euripide mette in evidenza il lato crudele degli dei, rappresentati privi di qualità.

Ho apprezzato moltissimo la tragedia, per la tanto accurata trattazione dei temi principali e soprattutto per l’evoluzione di Eracle, che smette i panni dell’eroe per indossare quelli dell’uomo, fragile e sofferente. Inoltre mi è piaciuta molto l’interpretazione che Euripide ha dato agli dei, non più modelli di virtù, ma incarnazione dei vizi umani, due su tutti la gelosia e la lussuria.      

Penso che il personaggio di Teseo sia tra i più determinanti per il messaggio della tragedia: egli infatti incarna l’amore per il prossimo, è il bastone cui appoggiarsi per superare le difficoltà ed insegna ad Eracle (e un po’ anche al fruitore dell’opera) che la soluzione non è mai arrendersi, ma proseguire, seppur consapevoli delle proprie sconfitte”.

 

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