Lunedì 28 Maggio 2018
   
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Vernissage mostra fotografica “Finibus Terrae” di Adriano Nicoletti

mostra adriano nicoletti

mostra adriano nicolettiFINIBUS TERRAE

“Adriano Nicoletti, osservatore accorto dell’antropologia del territorio, in “Finibus Terrae” percorre quella striscia di litorale che ci porta fino al Capo di Leuca dove all’orizzonte scorgi soltanto mare.

La terra, in quel punto, vista dall’alto, sembra la testa di un’agile e gigantesca murena che si tuffa a capofitto nel mare, dividendolo in due. Ad est l’Adriatico e ad ovest lo Jonio.

Nicoletti sembra guardare in ogni direzione, “leggendo” nel paesaggio antropizzato quel movimento causato dal cambiamento delle stagioni, uno spazio in continua mutazione, sede di articolate relazioni tra il passaggio dell’uomo, la natura e il tempo che trascorre. Le sue fotografie rivelano un “luogo” dis-ordinato, costituito da tanti tasselli disseminati di un puzzle incompiuto, che non si comporrà. Come in Luigi Ghirri “il paesaggio è il luogo dell’attenzione […], della circolarità della visione che non finisce mai” (1).

Si tratta del paesaggio che non c’è, o quantomeno non di quello che appartiene al mito letterario: un paesaggio composto da molteplici scenari di cui A. Nicoletti coglie bene le modificate referenzialità, frutto di un inquinamento culturale prima ancora che ambientale, dove il punteruolo rosso assassino ha abbandonato il suo cadavere: la palma senza vita mummificata tra costruzioni sparse, più o meno abusive, assolte dall’indulgenza del turismo cosiddetto vocativo.

“La distinzione vien fatta tra visibile e invisibile, intendendo cioè la capacità che la fotografia ha di farci vedere più cose di quelle che, forse in modo distratto, non siamo in grado di percepire” (2).

Questa capacità di A. Nicoletti di analizzare l’essere umano e i luoghi così impietosamente offesi dall’avidità dell’uomo o dai rifiuti restituiti dal mare lo pone tra quegli intellettuali che a partire dalla post-avanguardia hanno dovuto intuire e descrivere “il dopo”. L’autore ci offre dunque una rappresentazione dell’attuale partendo dal suo mondo intimo, anch’esso segnato dall’alterazione dei luoghi e dal ricorrente “aggiornamento” della sua memoria.

“L’uomo contemporaneo e il paesaggio contemporaneo, sono l’uno lo specchio dell’altro, ma non sanno come convivere” (3). Tuttavia, il bravo fotografo salentino riesce a dare un’unità formale, una struttura linguistica alla sua indagine visiva. È la poesia del “mare di inverno”, quello che non se lo fila quasi nessuno ed è molto amato dai pensatori, da quelli che nelle loro visioni amano guardare ascoltando i rumori. È il sibilare del vento, il battito compulsivo della distesa marina, il lacerante urlo dei gabbiani, il rotolio dei rifiuti disseminati sulla sabbia a dettare il ritmo, nel sincopato accavallarsi dei suoni”.

Pio Meledandri

1 - Intervista a Luigi Ghirri di Gianni Celati (1991)
2 - Gabriele Basilico, BASILICO.BARI 0607. Catalogo della mostra (Bari, 13 ottobre 2007-2 marzo 2008), Federico Motta Editore (2007)
3 - Roberta Valtorta, Volti della fotografia, Skira Editore (2005)

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