Venerdì 22 Giugno 2018
   
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“ALDO MORO: LA VERITÀ NEGATA”. CON GERO GRASSI A GIOIA

uccisione aldo moro

uccisione aldo moro Il 16 maggio alle ore 19 nel chiostro di Palazzo San Domenico a Gioia sarà ricordato Aldo Moro. Introdurrà dopo i saluti del sindaco dott. Donato Lucilla il professor Sergio D'Onghia, quindi la parola passerà all'On. Gero Grassi, membro della commissione parlamentare d'inchiesta sul delitto del celebre statista.

Di seguito un dossier su Aldo Moro a firma del nostro redattore - dottor Gianfranco Paradiso - pubblicato il 17 marzo scorso sul n. 10 del nostro settimanale "La voce del paese" per tenere viva la memoria sugli accadimenti che portarono alla sua morte. Buona lettura!

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IL SEQUESTRO "MORO" E GLI ANNI DI PIOMBO
Una stagione in cui le lacerazioni ideologiche sfociano in terrorismo eversivo

Un sincero, grande e pubblico “Grazie!” a Gianfranco Paradiso per aver dedicato ad Aldo Moro - a quaranta anni dal suo sequestro seguito dalla morte - questo dossier, affinché non si perda “memoria”, soprattutto quando per prime le istituzioni latitano e dimenticano. Gioia ha ospitato Aldo Moro, ne ha ricordi vivi, eppur ben poco è stato organizzato per ricordarne la figura di statista e uomo e le nuove generazioni, i giovani, a stento ne conoscono il nome e la storia che inuccisione aldo moro queste righe è stata mirabilmente sintetizzata. E senza memoria storica, il futuro ha piedi di argilla.

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“Roma, giovedì 16 marzo 1978 è un giorno come tanti con la primavera alle porte, quando alle nove in via Fani, zona Monte Mario, senza commettere alcun errore e con un'audacia disarmante, un commando delle Brigate Rosse rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e uccide i cinque uomini della scorta.

In soli dieci minuti viene inferto un duro colpo al cuore dello Stato, un'operazione che per la sua esecuzione suscita nell'opinione pubblica incredulità e sgomento.

E' un giorno importante per la storia della politica italiana. Quella mattina alla Camera si deve discutere del varo del primo governo con l'appoggio esterno del Partito Comunista a cui Moro ha dedicato ogni suo sforzo. Rappresenta il suo capolavoro politico.

Un percorso iniziato il 28 febbraio 1978 durante la riunione dei gruppi parlamentari Dc di Camera e Senato. Il presidente deve “convincerli” sulla necessità  dell’ingresso del Pci nell’area di governo. A gennaio il terzo governo Andreotti è caduto e si lavora per un nuovo monocolore democristiano, sempre a guida Andreotti e con l’appoggio dei comunisti di Berlinguer che nelle ultime elezioni del 1976 hanno registrato un “balzo in avanti” con il 34,3% dei consensi rispetto al 38,7 della Dc.

LE IMMEDIATE REAZIONI

«Un colpo allo stomaco della fragile Repubblica italiana», così si esprime sull'agguato Paolo Mieli.

In principio si assiste ad esternazioni scomposte, come quella di Donat Cattin che colpevolizza proprio l'accordo con i Comunisti nella formazione del nuovo governo a guida Andreotti. E di Ugo La Malfa che invoca l'introduzione della pena di morte e il senatore Giuseppe Saragat che chiede l'impiego dei paracadutisti nella lotta alle Brigate Rosse, altri ancora chiedono le dimissioni del Ministro del Interni, Francesco Cossiga.

Col passare delle ore e dei giorni le reazioni del mondo politico riescono a contenere i timori della popolazione che in alcuni casi manifesta le proprie paure rimanendo rinchiusa in casa o accumulando scorte di derrate alimentari. Grazie alla proclamazione di uno sciopero generale queste ansie vengono allontanate e le piazze ripopolate. L'iniziativa della triade sindacale non ha l'appoggio di alcuni esponenti del Partito Comunista che però subito dopo sono costretti a ricredersi dinanzi alla constatazione che ovunque anche in assenza di precise direttive, il mondo operaio incrocia le braccia in segno di protesta per l'accaduto.

IL RUOLO DEI COMUNICATI

Nella stesura del primo le BR affermano: «Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga».

Il successivo 15 aprile con il comunicato numero sei si annuncia la sentenza a morte dello statista.

In quello successivo si afferma che il rilascio di Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in seguito alla liberazione di alcuni prigionieri, molti dei quali detenuti a Torino.

Infine nell'ultimo comunicato si annuncia la fine della battaglia e l'esecuzione della condanna.

Se la finalità perseguita dalle Brigate Rosse è quella di destabilizzare l’ambiente politico, spezzare il vincolo fiduciario del prigioniero col partito della DC, con le forze dell’ordine e con le istituzioni in generale e soprattutto distruggere la rispettabilità, l’onorabilità umana e politica di Moro, esasperandone il turbamento psicologico ed il senso d’abbandono, la vittima, invece, nonostante tutto, cerca e tenta con tutte le forze di resistere fino all’ultimo.

I PARTITI SI INTERROGANO

Le richieste avanzate dalle BR dividono il mondo politico. Da una parte i fautori della linea della fermezza che comprende la DC, il PCI, il PLI, PSDI e PRI e dall'altra i sostenitori della trattativa, con il PSl, i Radicali, la sinistra non comunista, una componente cattolica, personaggi della cultura. Oltre alle organizzazioni umanitari internazionali, all'Onu e uomini politici esteri, a favore della liberazione di Moro scende in campo anche il Sommo Pontefice che però, attraverso Radio Vaticana, lancia un appello perché l'ostaggio venga liberato senza condizione, che finisce per sostenere la tesi della fermezza.

MORO E LE LETTERE

Nel dramma della prigionia le lettere scritte da Moro, alle massime cariche dello Stato, del suo Partito e alla moglie Eleonora e i loro contenuti, hanno una grande rilevanza nella vicenda. E per Leonardo Sciascia, autore di "L'AFFAIRE MORO", hanno anche il pesante e inevitabile condizionamento esercitato sulle trattative, sull'evoluzione e sulla tragica fine delsequestro.

Miguele Gotor, ricercatore di Storia Moderna all'Università di Torino, nella sua opera "Aldo Moro - Lettere dalla prigionia" del 2008, racconta come la scrittura diventa per lo statista un mezzo per resistere all’agonia, l’unico appiglio per non lasciarsi andare, per continuare a sperare, anche se a mantenere viva la speranza è innanzitutto e soprattutto la fede incrollabile in Dio. E come, in quei giorni di incertezze, nelle mani delle Brigate Rosse vi fossero due ostaggi: Moro e i suoi scritti.
Attraverso i quali emerge l'umanità dell'uomo, la sua grandezza di politico, ma anche e soprattutto emergono i suoi timori e le sue umane debolezze, la rabbia ed il suo disperato, accorato, ma rassegnato dolore di certo disumano. Tanto quanto la ferocia di chi lo ha strappato alla vita in nome di una utopica rivoluzione.

Nella prigione del popolo, così viene definito il covo dove è tenuto prigioniero, Moro ha composto circa ottanta scritti e solo una trentina vengono recapitati. Gli altri vengono rinvenuti molti anni dopo nei vari e poco chiari sequestri.

L'EPILOGO

Dopo 55 giorni molto difficili, il 9 maggio 1978 una telefonata annuncia la morte di Moro. Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC. E' l'epilogo di un sequestro durato quasi due mesi, durante i quali il Presidente della DC viene sottoposto a un processo politico.

Una prigionia ripercorsa anche dal cinema con il film "Il caso Moro", diretto da Giuseppe Ferrara nel 1986 in cui Gianmaria Volonté interpreta il protagonista.

All'omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell'Interno; in giugno si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, per una serie di insinuazioni circa il suo coinvolgimento in uno scandalo, accuse che poi si rivelano infondate. Nel 1979 poi il PCI dichiara di considerare chiusa l'esperienza dell'unità nazionale.

La morte di Moro segna la fine della Prima Repubblica, ma anche quella dei suoi carnefici e dell'idea che rappresentano. Infatti, Adriana Faranda, 67 anni, condannata a trent'anni per il rapimento Moro e l'uccisione dei cinque uomini della scorta, in un'intervista su quei giorni, dà questo giudizio: «Sono stati una vera e propria tragedia. Noi sequestrando Moro lo abbiamo praticamente condotto in un vicolo che alla fine si è rivelato cieco, in nome della ragion di Stato e di una presunta ragione rivoluzionaria. È il più grande errore che le Br abbiano commesso, sia dal punto di vista politico che da quello umano».

TERZA COMMISSIONE PARLAMENTARE: I RISULTATI 

Sul sequestro  ancora tanti i lati oscuri sui quali si sono avvicendate ben tre Commissioni parlamentari . La conclusione è che i conti non tornano.

La terza Commissione d'inchiesta, presieduta da Giuseppe Fioroni, lo scorso 6 dicembre ha trasmesso la relazione finale al Parlamento. Il documento spiega come il presidente della Dc avrebbe avuto la possibilità di rimanere in vita perché la segnalazione di un possibile attentato fatta da un rappresentante dell'intelligence italiana acquisita attraverso fonti palestinesi era assolutamente attendibile.

La documentazione sarà sottoposta anche all'esame della Procura dove sono ancora aperte altre inchieste sulla vicenda Moro. Tra gli spunti che il lavoro della commissione mette a disposizione dei magistrati anche quello relativo alla presunta esistenza di un altro presunto luogo di prigionia per Moro, oltre a quello di via Montalcini, nella zona della Balduina.

IL CONTESTO STORICO

Negli anni settanta diversi Stati europei sono scossi da una grave crisi economica e sociale che origina il diffondersi del terrorismo politico. Il fenomeno attraversa anche l'Italia, organizzato da gruppi appartenenti tanto all'estrema destra quanto all'estrema sinistra.

Diverso il modus operandi. L'estremismo di destra ricorre ad azioni eclatanti in luoghi pubblici ad alta frequentazione. Gli attentati più significativi attribuiti a questo gruppo sono rappresentati dalla strage di Piazza Fontana a Milano compiuta il 12.12.1969, una bomba esplode all'interno della sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura. Il bilancio è di 17 morti e più di 100 feriti.

Segue il 28 maggio 1974 la strage di Piazza della Loggia a Brescia, una bomba collocata all'interno di un cestino dei rifiuti esplode durante una manifestazione antifascista e provoca 8 morti e 94 feriti. E poi la strage sul treno Italicus dell'agosto 1974 sino ad arrivare al 2 agosto 1980 con la strage della Stazione di Bologna con 85 morti e 200 feriti.

Sul versante opposto i più importanti gruppi terroristici sono le Brigate Rosse, i Nuclei Armati Proletari e Prima Linea. Sono composte da giovani del movimento studentesco, da formazioni dell'estrema sinistra e da elementi gravitanti nel mondo sindacale. La loro strategia è quella di colpire magistrati, funzionari, giornalisti, ferendoli gravemente. Sperimentano anche la tecnica del sequestro per sottoporre le vittime a un processo proletario.

MA PERCHÉ COLPIRE MORO?

Le Brigate Rosse vogliono bloccare un processo politico in corso in Italia che vede il partito Comunista disposto a perseguire un percorso di cooperazione politica con le forze centriste e in particolare con la DC. Di questa volontà si rende protagonista appunto Aldo Moro che si è impegnato alla riuscita di questa operazione. Le BR invece vogliono creare un partito armato che rovesci le istituzioni e perseguire progetti di rivoluzione proletaria.

Si tratta di una svolta politica a cui Moro teneva molto tanto quanto lo stesso Enrico Berlinguer, Segretario del PCI, che elabora la linea del "compromesso storico". E' significativo ricordare che proprio quando il governo si presenta in Parlamento in questo rinnovato clima di collaborazione e sostegno che le Brigate Rosse compiono l'infausta operazione del sequestro.

IL PENSIERO POLITICO E LA SUA ATTUALITA'

Alle elezioni politiche del 20 giugno 1976, la DC riesce a raggiungere un consenso ragguardevole del 38,7 per cento, mentre il PCI quello massimo del 34,4 per cento. Dinanzi a questa situazione che evidenzia l'accentuarsi della polarizzazione del sistema politico intorno ai due partiti vincitori, Moro avverte la necessità di avviare una nuova fase della vita della Repubblica attraverso l'interazione con altre forze politiche seppur poco compatibili con il Dna della Democrazia Cristiana.

Una volontà che traccia anche nel suo memoriale dove ricorda che negli anni settanta i partiti sono incalzati dall'esigenze di rinnovamento che richiede una riduzione del distacco tra la società civile e società politica. Si apre quindi una nuova fase dove, per lo Statista, rimane centrale la necessità del dialogo tra le forze politiche unica strada per la costruzione di un progetto comune per la gestione del complesso quadro politico e sociale del Paese.

MORO… IL GRANDE TESSITORE DELLE TRANSIZIONI

Un pensiero già esplicitato il 28 febbraio 1978 alla riunione dei gruppi parlamentari Dc di Camera e Senato dove si discute sulla necessità  dell’ingresso del Pci nell’area di governo, quando afferma: «...ci si pone il problema di non essere massicciamente condizionati, ma trovare anche in accordo con le altre forze politiche un'area di concordia, un'area d'intesa tale da consentire di gestire il Paese in un momento come questo finché  durano le condizioni difficili nelle quali la storia di questi anni ci ha portato...». Per questo è ricordato come il grande tessitore delle transizioni.

Per nulla amante dello "status quo" si è reso sempre disponibile al rinnovamento anche di concezioni politiche superate. Ha saputo imprime un'accelerazione alla stagione del dialogo. Anche se sovrastato da non poche difficoltà  ha saputo promuovere una coscienza matura fondata sulla serietà, sull’obiettività e sul senso di responsabilità. Ha auspicato sempre il risanamento dei rapporti tra le persone e si è speso per riportare nell'individuo il senso dei valori dello Stato.

A lui il merito di aver, nel lontano 1958, introdotto nella scuola statale l’ora di Educazione civica.

Nel vivere di oggi caratterizzato da decadimento dei valori morali e di assenza di ideali in genere, dove prevalgono: comportamenti devianti, connotati da esasperazione, aggressività e linguaggio violento, si avverte l'assenza nel Paese di un leader. Ne è ben consapevole Luciano Fontana autore di "Un Paese senza leader", dove sostiene che: «...anche se all'orizzonte spuntasse un leader, e al momento non se ne vedono, sarebbe subito neutralizzato da un sistema politico e istituzionale che sembra confezionato su misura per impedire l'ascesa di una nuova personalità e l'affermazione di una nuova prospettiva».

Aldo Moro è stato leader e della sua figura carismatica si avverte tutta la mancanza. Ma il suo pensiero c'è, è tutt'ora vivo tra noi e, in una recente intervista concessa a Ezio Mauro, che sulla vicenda ha preparato per la Rai il documentario "Il condannato - Cronaca di un sequestro"', Giovanni Moro, sociologo e figlio dello Statista, dice: «Mio padre è presente sulla scena politica da 40 anni come un fantasma, torna a ricordare i doveri nei suoi confronti».

Gianfranco Paradiso

uccisione aldo moro

Commenti  

 
#1 LINGUAGLOSSA 2018-05-10 14:06
Vorrei capire quale sarà la "verità" di Gero Grassi che si sottrae spesso ad intervenire alle manifestazioni in cui sostanzialmente si dice che il caso Moro sia stato "gestito" dal potere borghese e conservatore della Dc con la complicità del braccio armato della sinistra "rivoluzionaria"! Non vedo l'ora di ascoltarlo ...
 

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