Martedì 21 Novembre 2017
   
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Salotto letterario. Lars Gustaffson “Il pomeriggio di un piastrellista”

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salotto letterario librellula Dopo aver assistito ed essere stato letteralmente annichilito, dalla bellezza eterea della performance Curci-Leronniana, svoltasi venerdì scorso nello storico foyer superiore del teatro Rossini, mi sento piccolo, piccolo, nel dover scrivere qualcosa di mio. Ma il profondo rispetto e l’attenzione che gli assidui frequentatori del Salotto letterario, ideato e condotto dal Prof Giacomo Leronni, riservano verso chiunque voglia esprimere il proprio pensiero, è stimolo vitale per me, e ritengo per tutti coloro che, dopo aver chiuso un libro, sentano il bisogno di discuterlo.

Ma veniamo al libro appunto.

Se sostituissimo o meglio rimpiazzassimo, le salsicce e l’acquavite, con focaccia e birra Peroni, saremmo certi che “Il pomeriggio di un piastrellista” dello scrittore svedese Lars Gustafsson di formazione filosofica e scientifica, nonché musicista e pittore d’acquerelli, possa essere stato scritto in qualsiasi nazione, Italia compresa. Naturalmente da buon artigiano, sono rimasto basito dai tanti particolari chiamiamoli “pratici”, in possesso di uno scrittore che non dovrebbe sapere nulla o quasi, di come si possano attaccare perfettamente alla parete, delle piastrelle.

Tranne se, da ragazzo, fosse stato costretto dal papà, come soleva farsi negli anni cinquanta, a praticare una bottega da piastrellista. Dopo aver letto di Dostoevskij, pensavo dovessi cimentarmi con una lettura più leggera e più abbordabile, considerato il titolo ingannevole del libro e la eco un po’ più modesta di Lars Gustafsson.salotto letterario librellula

Contavo fosse meno ardua la lettura proposta per il mese di ottobre, poiché le mie basi di neofita recensore e dilettante autodidatta del mondo della filosofia e dintorni, non sempre possono supportarmi nel difficilissimo compito di scandagliare tra i meandri di questi complessi temi proposti tra l’altro in forma latente dai vari scrittori. Temi che allo stesso tempo mi affascinano e mi spaventano. E come spesso mi è capitato di fare, cerco rifugio nelle canzoni, o in qualche fatto di cronaca, che mi offra una duplice possibilità: la prima, quella di associare comunque la musica alla scrittura, e la seconda, quella di partire da una base, da una notizia dell’ultim’ora pertinente con il libro in questione, per poter così sviluppare concetti e approfondimenti ben più consistenti.

E se riflettiamo un attimo, in fondo Gustafsson con le debite proporzioni, fa più o meno la stessa cosa, non soltanto con “Il pomeriggio di un piastrellista” ma anche con “L’uomo sulla bicicletta blù”, “Morte di un apicoltore” e tantissimi altri.

Egli, infatti, con indiscussa maestria, utilizza dei personaggi comunissimi, per mettere a nudo le innumerevoli miserie della società svedese e di conseguenza quelle di ogni essere umano.

A proposito di miserie, vorrei parlarvi di un miserabile “emerito” vescovo di Trapani, in arte monsignor Miccichè.

In sintesi, l’abominevole uomo del clero, con i soldi destinati ai bambini autistici e ai piccoli malati oncologici, ha acquistato un attico di 210 metri quadri nel centro di Roma, del valore di ottocsalotto letterario librellulaentomila euro. E pensare che da piccolo e anche da adolescente, avevo la convinzione che ogni bambino come me, avesse una mamma e un papà, delle sorelle e dei fratelli, che i preti e le suore fossero le persone più buone, più dolci, più affidabili, che tutte le donne si sposassero vergini, che i cattivi fossero una sparuta minoranza, che il mondo dovesse di giorno in giorno migliorare ed essere solidale, che le guerre fossero finite con la seconda guerra mondiale, e che nel caso in cui avessi avuto bisogno di un qualsiasi aiuto, avrei trovato tante persone pronte a farlo.

Che gran zebedeo che ero, davvero grande, grande, grande, grande, come cantava Mina più o meno in quegli anni! Anche Gustafsson, in certi momenti, si lascia andare ai ricordi, alla bellezza della innocenza, alla speranza in un mondo migliore, ma la cruda realtà della quotidianità, quel senso di solitudine, quel sentirsi soli tra la gente, in un mondo organizzato al contrario, proprio non lo tollera e quindi chiude il libro con un grande punto interrogativo, lasciando al lettore la possibilità di riflettere e decidere se è giusto avere il dono della vita, per viverla esattamente all’opposto di come andrebbe vissuta.

Lars ci ha lasciati poco più di un anno fa con un ultimo libro dal titolo “La ricetta del dott. Wasser” anche in questo libro egli si definisce “…un filosofo alle prese con il giocattolo della letteratura…”, libro in cui, il finto dottore afferma: “No, la vita un senso non c’è l’ha, però glielo si può dare. Forse Vasco Rossi avrà letto il libro di Lars, prima di scrivere uno dei suoi ultimi successi? [foto Piera De Giorgi]

 

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