Martedì 21 Novembre 2017
   
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“ANGRY INDIAN GODDESSES” SUSCITA SCALPORE A ÈTRANGER

Angry-Indian-Goddesses

pan nalin Angry-Indian-Goddesses La seconda giornata dell’Ètranger Film Festival si tinge di rosa, con la proiezione dell’acclamato Angry Indian Goddesses, del regista indiano Pan Nalin.

Preziosi sono stati, sia prima che dopo la visione del lungometraggio, gli interventi dello stesso regista, coadiuvati dalla giornalista del Tg3 Puglia Claudia Bruno.

L’autore, con estrema disponibilità, ha risposto ad alcune domande aiutando così a comprendere meglio il contesto, le tematiche e gli intenti dell’opera.

Si tratta innanzitutto di un film contro gli stereotipi di Hollywood, che relegano la donna, spesso di estrazione sociale molto umile, al ruolo di madre e moglie: quante volte ci siamo trovati di fronte a filmetti banali in cui le protagoniste sono ragazze perfette, principesse moderne, desiderose di mettere su famiglia, magari corteggiate dal principe di turno. Ma raramente abbiamo visto donne davvero forti, indipendenti, realizzate e con una propria posizione sociale ed economica. Nel cinema mainstream indiano perciò, la donna viene sempre rappresentata in maniera molto tradizionale e di solito i cosiddetti bud-movie, sono esclusivamente al maschile, e ritraggono quindi storie di amicizia tra uomini.

“Avrei preferito che questo film l’avesse fatto una donna”, ha detto Pan Nalin. Non vuole comunque definire la sua una pellicola femminista, perché non è legata a particolari messaggi politici o sociali, ma racconta semplicemente la storia di alcune giovani donne.

Vincitore del Premio del Pubblico nel 2015 al Festival del Cinema di Roma, il film è ora disponibile anche su Netflix, dove sta riscuotendo grande successo. Tuttavia, in patria, ha subito forti critiche dalle istituzioni indiane e difatti è stato sottoposto a diversi tagli per poter essere proiettato nelle sale.Angry-Indian-Goddesses

Sullo sfondo di un’India moderna e metropolitana, ad essere raccontate sono le storie di sette donne, tutte diverse, legate da un profondo legame di amicizia e complicità. Freida, giovane fotografa, invita le sue amiche Mad, Pam, Su, Nargis e Jo, a Goa, per comunicare a tutte loro la decisione di sposarsi. Iniziano così i festeggiamenti di un lungo addio al nubilato, in compagnia della domestica Lakshmi, tra confidenze, scoperte, e chiacchiere. Le ragazze trascorrono insieme momenti felici e spensierati, libere dalle convenzioni della società,fino a quando gli eventi, che prendono una piega inaspettata e drammatica, le costringono a scontrarsi con la scottante realtà.

Accompagnata da una colonna sonora energica e coinvolgente, la storia ha per protagoniste donne molto emancipate e moderne, quasi tutte vestite all’occidentale, (persino l’abito da sposa di Freida non rispecchia i canoni della tradizione indiana). Sono istruite e figlie della globalizzazione, tra di loro parlano anche in inglese. Fumano in pubblico, bevono e dicono parolacce, sono sette anime ribelli, sette dee, come recita il titolo stesso. Ad un certo punto infatti una di loro viene paragonata a Kali, la dea indiana più arrabbiata. Imprevedibile, distruttiva e violenta, questa divinità è bramosa di cambiamenti radicali ed estremi, un po’ come le nostre protagoniste, che agognano libertà e innovazione. Ed è proprio la rabbia, uno dei punti focali del film: la rabbia che accomuna tutte le ragazze, incanalata attraverso la ribellione e la voglia di indipendenza, è anche la rabbia cieca e immotivata di certi uomini, dominatori e molestatori, in un India in cui viene registrato uno stupro ogni venti minuti. Attraverso le emozioni di queste amiche, artiste, mogli, madri, guerriere, sognatrici, vengono toccate tematiche importantissime, dalle molestie sessuali all’omosessualità, che in India oggi è ancora un reato.

Il film quindi, è un piccolo gioiellino indipendente che propone contenuti interessanti e lo fa in maniera originale e realistica, pur scorrendo forse un po’ troppo lentamente. L’india quindi si sta evolvendo, anche se in maniera flemmatica: ci vorrebbe forse davvero un cambiamento estremo e definitivo come quello simboleggiato dalla dea Kali.

 

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