Martedì 21 Novembre 2017
   
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LICEALI IN “LEA NELLA PELLE DELLE DONNE” - TEATROLAB.2

lea nella pelle delle donne

lea nella pelle delle donne Venerdì 21 aprile 2017 è andato in scena presso il Teatro Rossini Comunale “Lea nella pelle delle donne” proposto dal Liceo scientifico di Bari “G. Salvemini” e curato drammaturgicamente da due maestri: Anna Garofalo e Rocco Capri Chiumarulo.

Una voce narrante che, inizialmente, si nasconde tra il pubblico, ricorda gli avvenimenti del Bataclan. Parigi 2015, la morte porta via vite di giovani innocenti in un luogo impreziosito dalla musica.

Sono adirato per questo gesto infame, come tutti quelli avvenuti in luoghi civili nel mondo. Ma allo stesso tempo so che il teatro esiste ancora, ed esisterà fino a quando ci sarà l’uomo perché attraverso esso possiamo dire delle cose: possiamo essere veicoli per comunicare delle cose, per sostenere valori e un’etica di cui oggi, più che mai, abbiamo bisogno. Dovunque vi sia l’uomo c’è teatro. Non è possibile fermare questa forza che si autoalimenta alea nella pelle delle donnettraverso l’uomo stesso. Siamo in grado di commuoverci, di ridere, di riflettere, di rimanere amareggiati quando vediamo sul palco attori e attrici che donano la loro anima per ricordarci come va il mondo. A volte ci dimentichiamo che non sono altro che rappresentazioni di noi stessi. Casi come quello del Bataclan non sono altro che rappresentativi: colpire là dove la gente sta bene, dove ci si riunisce per stare bene, colpire i giovani, la cultura come quella che stiamo vivendo in questi giorni. Ed ecco che tutto il mondo ha reagito, facendosi sentire ancora più forte.. e allora io non taccio, perché non voglio tacere. (…) La voce di chi sta su queste tavole di legno deve gridare ancora più forte, deve sentirsi e dire “Non abbandonare! Non smettere di andare a teatro e non smettere di vivere!” Non cediamo alla paura, non cedete alla paura. Quello che è successo a Parigi e in altre città, vuole portarci a non fidarci più dei nostri simili e dei nostri concittadini. Noi oggi non potevamo stare in silenzio dinanzi a tutto questo. Noi oggi vogliamo gridare alea nella pelle delle donnel mondo che siamo contro ogni genere di violenza.”

Cordoglio alle vittime di Parigi dell’agguato sugli Champs Elysèès del giorno precedente 20 aprile. Binomio perfetto con quanto si sta per rappresentare. In scena solo il buio: il sipario è ancora chiuso e una voce canta. Calabrese, siciliano, salentino si mescolano alla “O mia bella Madonnina” per narrare la vicenda di Lea Garofalo. Lea è nata in una famiglia calabrese della’ndrangheta, da cui decide di distaccarsi e denunciare. A casa, tuttavia, l’aspetta la morte: un marito, “un bestione” che chiama a sé solo la vendetta. Intuibile metafora: la pecorella che scappa dal lupo. Un lupo affamato che brama solo di mangiarla. Nonostante i tanti anni di protezione e di scorta, nel 2009 commette, forse un errore: sceglie di tornare a convivere con suo marito. Quest’ultimo cerca due volte di ucciderla, la seconda è quella fatale. Musica, balli, semplici oggetti di scena per esprimere anche il ruolo della mafia nel Sud.

Mafia siamo noi che passiamo con il rosso, Mafia siamo noi che gettiamo la carta per terra. Mafia sono le donne sempre vestite di nero”. Quel nero che nasconde l’olea nella pelle delle donnescurità della morte, della violenza. Quella cenere mescolata al rosso del sangue che la donna moderna, forse ricerca, una volta sottomessa all’amore patologico dell’uomo che la perseguita.

Dimmi Lea perché sei tornata? Eppure sapevi che voleva solo ucciderti.” Una domanda alla quale nessuno sa dare una risposta. Un teatro a più voci intorno alle figure di Lea e di suo marito Carlo. Il teatro diviene un memoriale alla Donna, alla violenza sulla Donna. Ma Lea muore, esattamente come chiunque di noi cede alle minacce della mafia, del terrorismo, dell’uomo. Sul palco solo due colori: il bianco e il nero. Il bianco candore della donna, il nero pungente dell’uomo che l’abbraccia lasciandola cadere. Di rimando, solo silenzio. L’unico applauso al termine dello spettacolo, a sottolineare il vuoto assolto dalla suggestionante riflessione su temi così attuali. Una domanda sorge innata: quante altre morti dobbiamo ascoltare in tv per non riuscire a guardare oltre il confine della morte o dell’indifferenza del “tanto non tocca (a) me”?

lea nella pelle delle donne

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