Mercoledì 22 Novembre 2017
   
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IGINIO IURILLI E FRANCESCO BOSSO: “A WHITE TALE”

iginio iurilli scultura_madre

iginio iurilli Sabato 25 febbraio scorso si è inaugurata a Polignano a Mare la mostra dal titolo “A white tale”, una duplice personale che espone lavori dell’artista Iginio Iurilli e del fotografo Francesco Bosso. L’insieme delle opere, tutte presentate nel salone centrale del Museo Pascali, si fonde armonicamente realizzando nell’unità dello spazio espositivo una altrettanto unica, monumentale installazione. Tra le opere stesse si sviluppa un dialogo fitto, ricco di rimandi e citazioni classiche, moderne e contemporanee. Il linguaggio è declinato in una pluralità di lessemi visivi che si intrecciano e si sovrappongono, chiamando in causa il vissuto personale degli spettatori. Evocato sia dalla figurazione di un “io collettivo” mediterraneo, nei lavori di Iurilli, che dal nitore formale minimalista, negli scatti di Bosso.

Un viaggio nell’incanto e nella magia del bianco attraverso forme e visioni irripetibili. Infatti non si tratta solo di “white tale”, di racconto. C’è molto di più, una vera “white experience”, un percorso che lo spettatore compie attraveriginio iurilliso le opere. Non ha un punto d’inizio né un punto di arrivo, è un percorso circolare che si può intraprendere partendo da una qualsiasi delle opere, e raccoglie nel cammino ampie allusioni alla storia dell’arte, ed alla letteratura. Come la splendida teca di Iurilli che cita il Moby Dick di Melville, capolavoro della letteratura mondiale che ha travalicato la soglia del suo tempo per assurgere a significati universali. Così, da qualsiasi elemento della mostra si parta e ci si approcci alla visione, questi rimandi si traducono in suggestioni e fascinazioni straordinarie. Ed è palindromo, vale da un senso all’altro, qualunque sia l’itinerario del viaggio che si decide di compiere verso la verità del bianco, inteso come paradigma assoluto. “Elemento trascendente” si legge nella presentazione. Ma non è solo così, perché la forza evocativa del vissuto individuale, che avvince lo spettatore, ne fa anche una forte esperienza sensoriale. Come nelle opere di Iurilli che rimandano a Gea, la terra, ed a Giunone, la fertilità. Il mito della creazione rinasce negli occhi del fruitore e dilaga nell’installazione centrale, dove le sagome marine e la distesa di sale sono le forme della memoria alle quali l’artista ci ha già da tempo abituati. La vita viene dal mare e Iginio ce lo ricorda con icastica quanto poetica affermazione. Sul tutto si distende un pathos che la monocromia bianca risulta poi accentuare.

SUPREMATISMO BIANCO…

Muovendosi nel salone, lo spettatore può abbandonarsi a questo pathos, lasciarsi avvolgere dalle emozioni oppure aprire la mente alle verità artistiche e letterarie che incontra nella memoria. Troverà le tracce di Joyce, che in “The Dead” anneiginio iurillitte significazioni simboliche al colore bianco, associato all’infinito, all’assenza, al vuoto e, come nelle culture orientali e nelle estasi sciamaniche, alla stessa morte intesa come purificazione. O di Claudel, che diceva “La poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta.” Ritroverà le parole di Kandinskij: “Il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto.” Di Malevic, autore nel 1918 del primo monocromo bianco nella storia dell’arte, che nel ’22 scrisse: Il suprematismo bianco si spinge verso una natura bianca … verso impulsi bianchi, verso una conoscenza ed una purezza bianche come verso lo stadio più alto di ogni realtà, della quiete come del movimento”. Potrà, lo spettatore, pensare a Ryman, esponente del minimalismo concettuale americano, ed alle sue pennellate bianche. A Sol Lewitt, altro esponente americano dell’arte concettuale, che ha declinato nel bianco opere materiche ricche di suggestioni estetizzanti, discostandosi dal concettualismo piiginio iurilliù ortodosso.

“DENTRO” L’ATTUALITÀ DELLA CULTURA EUROPEA

Ma le corrispondenze ideali di questa mostra non si limitano alla memoria e all’emozione. C’è in qualche modo una correlazione “contemporanea” con altre esperienze che hanno scandagliato questi stessi temi. A dimostrare che la sensibilità di Iurilli e Bosso li ha portati a vivere un’esigenza che si colloca a pieno titolo “dentro” l’attualità della cultura europea. Due esempi.

La nota scrittrice finlandese Laura Lindstedt nel romanzo «Oneiron» (2016) ha disegnato una trama in cui sette protagoniste, provenienti da diverse parti del mondo e portatrici ognuna di un diverso vissuto, si incontrano in uno spazio bianco e vuoto. Un limbo, nel quale hanno perso il ricordo di quanto è successo e quindi non sanno dove si trovano né perché. Decidono così di intraprendere a turno un percorso a ritroso tra i frammenti dei loro ricordi. Ognuna di esse, grazie al sostegno delle altre, troverà il modo di ricostruire la propria identità e pronunciare una parola capace di donare loro, per sempre, la libertà.

Qualche anno fa, a Parigi, Dominique Serra ha curato “Bianco Italia”, la mostra che ha raccontato “la rivoluzioneiginio iurilli del bianco nella storia dell’arte italiana” da Lucio Fontana in poi, attraversando Manzoni, Castellani, l’arte povera e la concettuale. Serra affermava che in Fontana il riferimento al bianco sottolinea “l'immensità immacolata degli spazi sperimentali da conquistare, la tabula rasa, ma anche la forza di sintesi che questo non-colore simbolizza.” Dopo Fontana, altri faranno del bianco un terreno di ricerca privilegiato. Pascali, Ceroli, Boetti, Kounellis, Calzolari. In una sintonia ideale, come sottolineò la mostra di Parigi, con esperienze straniere come il gruppo Zero, Mack, Piene, Uecker e altri.

INDIVIDUALITÀ CONSAPEVOLE

D’altronde sembra quasi che sia sorta, nell’arte come nella letteratura, la contestuale necessità di interrogarsi non solo e non tanto sulle dinamiche liquide della società postmoderna, quanto sul sopravvivere nella stessa società di una individualità consapevole. L’arte non può non interrogarsi sul senso e sulla ragione stessa del vivere. Sulla solitudine esistenziale che ci terrorizza ma in cui siamo immersi, che tentare di esorcizzare con l’idea di connessione globale non risolve. Non si attenua affatto la disperazione di un tempo senza storia e senza futuro. Perché la devitalizzazione dell’idea stessa di comunità induce ad un individualismo incontrollato, dove ciascuno è antagonista di ognuno. Questo “soggettivismo” ha, per altro verso, compromesso la possibilità di una modernità mediterranea. La soluzione può essere da ricercare nel recupero di valori nitidi e universali, che affondino le radici talmente in profondità da rievocare a volte i miti classici? Per quanto questo sia affascinante e suggestivo, resta prima da risolvere il dramma delle nuove solitudini, figlie delle nuove tecnologie. “A white tale” si inserisce in un’area culturale che propone il silenzio e la solitudine come elementi catartici, non più come spettri. Modelli esistenziali sui quali articolare un progetto di rinascita, individuale e collettiva.

La mostra resterà aperta sino al 7 maggio. L’ideale sarebbe visitarla ascoltando con gli auricolari “In a landscape” di John Cage, sarà davvero una “white experience” importante.

 

Commenti  

 
#1 pulcinella 2017-04-06 20:13
Grande davvero il gioiese Iurilli e grande anche il critico, gioiese di adozione. Perché non si porta a Gioia una mostra di questo livello?
 

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