Sabato 15 Dicembre 2018
   
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IN ATTESA DEL FINISSAGE “JAT LAG” DI PIERLUCA CETERA-foto

mostra arti visive palazzo romano eventi

mostra arti visive palazzo romano eventi In attesa che martedì, 18 ottobre, alle 19.30 Pierluca Cetera in “Jat Lag” argomenti sul ruolo dello spettatore nelle Arti Visive, chiudendo con uno spettacolare “finissage” “Some ideas to leave no traces”, percorso curato da Roberto Lacarbonara per conto dell'Accademia di Belle Arti di Lecce, in collaborazione con l’Arci Lebowski, il Comune di Gioia del Colle e Bussolini Design S.p.A., pubblichiamo una recensione della mostra tratta dal n. 38 del settimanale “La voce del paese”.

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Una esperienza surreale che intercetta il materialismo puro, declinato da una economia in declino di cui la banca dismessa è emblema e lo ingentilisce vestendolo di graffiante, psicotica, ironica, a tratti devastante poesia. Questo quanto colto nel minimale vuoto degli oltre 400 metri quadri in cui le installazioni di Marco Vitale, Francesco Romanelli e Giulia Gazza tentano di contestualizzare un’epoca in divenire - l’Antropocene - cui accenna Roberto Lacarbonara nella breve presentazione mostra arti visive palazzo romano eventidella mostra.

Per Gioia una prima “assoluta” proposta da Lucio Romano con il suo brand nei locali dell'ex San Paolo - Imi in viale Regina Elena, il primo passo di un percorso altrove già tracciato.

Destabilizzante per alcuni, incomprensibile per altri, sconvolgente per i più. Decodificare il linguaggio artistico ed il messaggio “urlato” in “loop” da sirene e rassicuranti “Va bene”, consente di cogliere il vissuto di giovani artisti che cercano attraverso le loro visioni e divenendo installazioni viventi, di comunicare il disagio di un presente privo di prospettive senza Arte.

Nasce qui la sfida di “innesti” e ibridazioni in contesti inospitali, stanze di un’anima che si illumina ad intermittenza nell’immobilità assoluta di corpi vicini e al contempo distanti anni luce, immostra arti visive palazzo romano eventimersi in una surreale staticità mentre i pensieri si aggrovigliano e ricreano scenari invisibili eppur più reali di quel che la stessa realtà sa esprimere con le sue psicotiche, assordanti sirene e gli assilli di voci che nulla comunicano, ossimori di una inquietante rassicurazione che rasenta il parossismo, la follia.

Poi scorgendo dei fiori, una tela ricamata, una vecchia foto, un giocattolo abbandonato, fili dorati che creano surreali nidi sul pavimento, pagine di un vecchio libro, la scia di una tela che ricuce gli strappi del tempo e dell’incuria e copre di beltà le sue cicatrici e intuendo quale sarà la voce adulta di quel vagito d’Arte, il pregiudizio scivola via e la nebbia si dirada. Nel cinismo asettico ed arido, nel declino, sprazzi di umanità in casuale genesi tornano ad esistere.

C’è una età in cui osare, un’altra in cui mettersi in discussione ed una terza in cui timostra arti visive palazzo romano eventirar le somme e fare un bilancio. Nella ricerca spasmodica di ciò che può e deve stupire, manipolando l’Arte, trasformando i contenuti in installazioni viventi e lo stesso spettatore in soggetto ed oggetto posto in vetrina o in acquario cosa vi è di esecrabile? Nulla. E’ la prospettiva che cambia…

Basta guardarsi dentro e scoprire quanta bellezza si è ancora in grado di esprimere, cercare nel pensiero la forma, nella forma il colore, nel colore la luce, nella luce la parola e tentare l’estrema alchimia: ascoltare voci nel silenzio, vedere brillare di luci il buio, materializzare e smaterializzare pensieri nel nulla, ed attraverso diversi linguaggi creare un brivido d’Arte che stimoli il dialogo ed il desiderio di comprenderla.

Poi torna la realtà nei fiori autunnali di Germana Surico sbocciati su cassetti e stampanti dismessi, nei moderni arredi di Francesca Bussolino, nell’entusiasmo di Pierluca Cetera mostra arti visive palazzo romano eventie Antonio Milano, nello sguardo smarrito di Lucio Romano, nella lucida analisi di Roberto Lacarbonara che per primo ha colto con coraggio la sfida e  decodificato il messaggio sinestetico racchiuso nelle installazioni: lasciar traccia di sé, di quel che realmente ha valore, in un luogo simbolo di gestione di poter, freddo inospitale, allegoria del fallimento di una economia che ha reso virtuale la ricchezza e smaterializzato ogni bene e valore. L’ultima risorsa da valorizzare è l’essere umano, con le sue fragilità, i suoi sogni, le sue ossessioni, i suoi ricordi. E nell’affettività negata, anch’essa smaterializzata dal non voler interagire con lo sguardo, dal comunicare con messaggi binari in un ambiente saturo di negatività, la sintesi concettuale estrema di un esperimento d’arte anch’esso ossimoro di crisi e disconnessione sociale nel caveau di un bancomat un tabernacolo del vil denaro e fino al 18 ottobre “abitato” da giovani prestati all’Arte.[foto Mario Di Giuseppe]

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