Domenica 18 Novembre 2018
   
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“CAPATOSTA” TEATRO DI CUI HANNO BISOGNO LE GIOVANI GENERAZIONI

capatosta al rossini

Venerdì, 17 marzocapatosta al rossini, nel matinée rivolto agli studenti gioiesi il teatro “Rossini” ha ospitato la compagnia Crest-teatri abitati per la messa in scena di “Capatosta”, scritto da Gaetano Colella, interpretato dallo stesso Colella e da Andrea Simonetti con la regia di Enrico Messina.

Si arguisce dal silenzio raggiunto dai primi minuti della rappresentazione, che gli attori con una narrazione mai noiosa, sono riusciti a catturare l’attenzione di un pubblico peraltro educato al teatro da esperienze e frequentazioni costanti.

La scena, di una felice essenzialità, rappresenta il reparto RH dell’Acciaieria 1 dell’Ilva di Taranto, dove gli operai controllano la qualità della miscela, che arriva a toccare i 1600 gradi centigradi. Non servono casco e indumenti di protezione per un ambiente che nega qualunque misura di sicurezza e di tutela per la salute sia fisica sia mentale degli operai.

Gaetano è l’operaio veterano che lavora da trent’anni all’Ilva, conosce tutte le problematiche della fabbrica, si è rassegnato alla immutabilità delle cose, ha presenziato a capatosta al rossinitanti di quei funerali di compagni morti a causa della fabbrica che sogna solo di fuggire a Tenerife per aprire un bar con la sua famiglia. Il suo unico progetto di vita è una fuga dalla lacerante quotidianità.

Adalberto è un laureato in economia e commercio di 25 anni, appena assunto in fabbrica, figlio di un operaio morto per un cancro al fegato.

Si porta dentro un grumo di dolore e disperazione per quella che ritiene non la morte, ma l’uccisione del padre perpetrata dal mostro-fabbrica. Il suo unico progetto di vita è far saltare in aria quella fabbrica che ha provocato la morte di suo padre.

“IL TEATRO CIVILE È TUTTO CIVILE QUANDO PARLA DELL’UOMO”

La scrittura teatrale è sapientemente plasmatcapatosta al rossinia per evidenziare lo scontro tra due persone, accomunate da una medesima tragedia e da un medesimo ricatto che solo in Italia è avvenuto: dover scegliere tra salute e lavoro, complice una classe politica indifferente e ottusamente colpevole.

La tragedia della materia rappresentata non è monolitica, ma lascia posto a risvolti di ironia e di normalità quotidiana, alle canzoni della capoverdiana Cesária Évora, alle scommesse di partite di calcio insieme alla analisi cruda ma efficace di una classe operaia, frantumata in uomini isolati fra loro e diversi nelle volontà e negli obiettivi. La mancanza di una visione unitaria da parte degli operai è occasione per un vivace agone verbale fra i due protagonisti, Gaetano, disilluso e sfacciatamente realista, Adalberto, fresco di studi libreschi e di teorie economiche assimilate pedantemente.

Il pubblico è coinvolto capatosta al rossinidal dramma che si rappresenta, che si vive, da un’energia forte e vibrante che solo il teatro civile (ma il teatro è tutto civile quando parla dell’uomo) sa trasmettere.

È il terzo atto che gli studenti del Classico di Gioia del Colle hanno vissuto sul dramma delle morti causate per mancanza di sicurezza nelle fabbriche, dopo la presentazione del libro “La fabbrica del panico” di Stefano Valenti e l’incontro con l’arcivescovo di Taranto mons. Filippo Santoro.

Atti dovuti da una scuola propositiva, impegnata nella conoscenza della realtà complessa, che voglia davvero essere luogo di buone pratiche educativo-didattiche e palestra di formazione completa.

“Capatosta” è denuncia che grida vendetta, dolore, rabbia, impotenza e rassegnazione, sentimenti contrastanti, reazioni emotive che scelgono quale via di fuga l’ottuso furore per progettare una nuova umanità. Non pare esserci altro rimedio alla voglia irrefrenabile di cambiare lo stato delle cose, se non distruggerle e ricominciare da capo.

“SOLO DI UN CERTO TEATRO NON SI HA BISOGNO…”

Anatòlij Vasìl’ev nel messaggio per la Giornata Mondiale del Teatro, il 27 marzo, dichiara con toni appassionati che il teatro può dire tutto, può parlare delle vere tragedie della vita; tutti gli uomini hanno bisogno di ogni genere di teatro, “…solo di un certo teatro non c’è bisogno: il teatro dei giochi politici, della trappolapolitica, il teatro dei politici, della politica; il teatro del terrore quotidiano, singolo ocollettivo; il teatro dei cadaveri e del sangue sulle piazze e nelle strade, nelle capitali e nelleprovince, fra religioni ed etnie”.

Del teatro come “Capatosta” di Colella noi, ma soprattutto le giovani generazioni hanno bisogno per saziarsi della realtà, per aprire gli occhi e la mente sulle tragedie di uomini che hanno dovuto rinunciare alla salute per mantenere onestamente se stessi e le proprie famiglie… questo nella civile Italia!

 

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