Domenica 18 Novembre 2018
   
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“QUANDO A GIOIA VINCEVA IL MINISTRO DELLA MALAVITA”

giovanni giolitti

Giovanni Giolitti “Durante l’età giolittiana, in Italia si verificò un enorme decollo industriale che portò all’aumento del 30% del reddito pro capite e migliorò la qualità della vita. Ma i vantaggi di questo sviluppo toccarono solo il Nord. Nel Meridione, invece, certe situazioni rimasero invariate: i grandi latifondisti continuarono ad essere protetti nei loro interessi e l’arretratezza socio economica delle masse peggiorò.

I provvedimenti e gli stanziamenti statali decisi dal governo furono limitati e, solo in parte, determinanti. Al contrario, il Sud venne considerato da Giolitti come un serbatoio di voti elettorali, ottenuti dai notabili locali, legati ai vari candidati governativi, ora con intimidazioni di stampo mafioso, ora con promesse di impieghi e favori.

In tal modo si alimentava il sistema delle “clientele”, che trovò un feroce critico in Gaetano Salvemini, il quale arrivò a definire Giolitti, “ministro della malavita”. Nei suoi scritti, il socialista molfettese, denunciò il malcostume politico e le gravi responsabilità del capo del governo e fece un ritratto impietoso delle vicende elettorali di quegli anni. A questo proposito, è sicuramente interessante la descrizione che Salvemini fa della lotta politica andata in scena a Gioia del Colle, nella quale egli prende di mira i metodi elettorali di Vito De Bellis, un uomo che apparteneva alla maggioranza giolittiana.

Nel 1904, la cittadina pugliese era nelle mani dei suoi avversari, ma, alle elezioni politiche, grazie all’appoggio degli apparati statali, De Bellis conquistò la maggioranza: 1180 voti andarono a lui e soltanto 36 al suo principale avversario, un marchese, ricco latifondista.

L’anno seguente gli uomini di De Bellis conquistarono anche l’amministrazione comunale, sicché De Bellis poté dire: “Non sono io che ho bisogno di Giolitti, ma è Giolitti che ha bisogno di me”. Secondo le parole di Salvemini, De Bellis era diventato il rGaetano Salveminie, lo zar, il Dio della sua città e chi non era riconosciuto suo amico non poteva neanche circolare per strada senza timore di essere oggetto di ripicche e violenze.

Nel 1909, Salvemini decise di svolgere una inchiesta sul posto. Appena arrivato, egli incontrò subito De Bellis, che lo ricevette cortese e minaccioso insieme, pregandolo, per la sua incolumità, di lasciare Gioia al più presto. Le sue parole in quell’occasione pare siano state queste: “Io non ho i milioni del marchese per comprare i voti: io posso lasciarmi corrompere, ma non posso corrompere. Se devo difendermi, mi avvarro’ di tutti i mezzi messi a mia disposizione. Mi farò proclamare deputato anche con i cannoni. E alla Camera mi difenderò. E la Camera mi darà ragione”.

De Bellis giustificava il suo atteggiamento con il fatto di vivere in un paese pericoloso, un paese di selvaggi, all’interno del quale certi metodi diventavano necessari. Il politico gioiese temeva che Salvemini volesse restare a lungo e avesse intenzione di controllarne l’operato. Si rassicurò soltanto quando seppe che, in realtà, sarebbe partito subito dopo le elezioni. Allora diventò generoso, offrendogli protezione e compagnia: vedendolo con lui, sosteneva, i suoi uomini lo avrebbero rispettato.

Salvemini declinò l’invito, preferendo andare in giro da solo per parlare con i contadini e sentire da loro a quali minacce erano sottoposti prima del voto. Il giorno delle elezioni, a Gioia del Colle c’erano soltanto manifesti di De Bellis. Il candidato “giolittiano” aveva comprato i voti necessari per vincere, con la promessa di mille favori e tutti sembravano essergli grati.

Le elezioni filarono liscie come l’olio e De Bellis trionfò.

Molti anni dopo questi fatti, lo stesso Salvemini avrà modo di scrivere: “La conoscenza degli uomini che vennero dopo Giolitti mi ha persuaso che egli non fu migliore, ma neanche peggiore dei politicanti italiani che gli succedettero. Le critiche al suo governo non favorirono una evoluzione della vita italiana verso forme meno imperfette di democrazia”.

La storia insegna che talvolta, a chi va in cerca del meglio, può capitare non di raggiungere il meglio, ma di precipitare nel peggio”.

(Antonio Verardi – pugliain)

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"LA CONTROVERSA FIGURA DELL’ON. DE BELLIS"

vito de bellis“Giudicare in modo obiettivo e calzante un esponente politico è sempre problematico, tanto sotto l’aspetto storico quanto sotto quello etico, poiché si corre inevitabilmente il rischio di prendere in considerazione solo taluni aspetti marginali del suo operato a discapito di altri di maggiore importanza, tracciandone così un ritratto approssimativo, o peggio ancora, partigiano e fazioso. Questo pericolo incombe certamente su quanti si occupano di una personalità del presente ma riguarda anche coloro che – come chi scrive – vogliono descrivere nello spazio di poche migliaia di battute un uomo del passato, peraltro di assai difficile classificazione: l’on. Vito De Bellis, figura tra le più controverse del panorama politico gioiese, deputato della circoscrizione di Gioia, Putignano, Noci, Santeramo ed Alberobello per quasi trent’anni, dal 1895 al 1924.

Le fonti, al riguardo, sono tutt’altro che concordi. Il giudizio più severo è espresso indubbiamente da Gaetano Salvemini, attento studioso della storia economica e civile della regione, nell’opera “La elezione politica di Gioia del Colle” (Ed. “Della Voce”, Firenze, 1910), dove si ripercorre brevemente la non limpida carriera imprenditoriale del De Bellis: dapprima, all’inizio degli anni ’90 del XIX secolo, contabile in un molino, impiego dal quale fu rimosso “non su propria domanda”; pochi anni dopo, losco direttore dell’omonima banca, divenuta “l’albero della cuccagna per molti amici nullatenenti del Direttore”, giacché “Più di un straccione di Gioia del Colle” aveva ottenuto, “contro semplici cambiali avallate da altri straccioni, somme vastissime; e le impiegò a comprare terre…sotto il nome della propria moglie”. Il tutto fino a quando, “Un bel giorno, la Banca fu messa in liquidazione e il Banco di Napoli ci rimise 7 milioni”. Fu in quel momento, secondo il Salvemini, che prese avvio la carriera politica del parlamentare, sostenuta primariamente dai “debitori non solvibili” della banca, che ne formarono “la base per l’elezione politica”.

Il più fiero oppositore si rivelò, sulle prime, Vincenzo Taranto, che raggruppò intorno a sé “la media borghesia dei massari, dei capitalisti agricoltori, che prendono in fitto le masserie dei latifondisti”, nonché una non meglio definita “Lega di resistenza dei contadini di Gioia”; successivamente, dopo la tragica uscita di scena di quest’ultimo – vilmente assassinato nell’agosto del 1894 dall’“Alta e Bassa Canaglia” –, il marchese De Luca Resta, personaggio non particolarmente dinamico e comunque incapace di contrastare efficacemente l’ascesa dell’arcigno rivale, favorita oltretutto, secondo il Carano - Donvito (“Storia di Gioia dal Colle”, Ed. De Robertis, Putignano, 1966), dalle autorità amministrative gioiesi.

La situazione si stemperò nei primissimi anni del Novecento, anche a causa di un lungo viaggio del De Bellis nelle Americhe, ma tornò ad infiammarsi sul finire del decennio fino a raggiungere il culmine alla vigilia delle votazioni del 1909, il cui esito fu pesantemente influenzato dalle autorità di Governo, che favorirono la rielezione del loro esponente inviando a Gioia, “La Mecca del giolittismo meridionale”, soldati e carabinieri, unitamente a “delegati e questurini, in divisa e travestiti: tutti agli ordini del famoso Prina, colui che si immortalò a Milano nelle giornate funeste del 1898”.

Il perché di tale partecipazione viene chiarito dal Carano-Donvito: “Il De Bellis prese parte attiva ai lavori della Camera nelle file della Sinistra Costituzionale del Ministro Giolitti e fu uno dei pilastri della vita parlamentare giolittiana”. Il noto economista, tuttavia, esprime un giudizio altrettanto critico nei confronti del deputato, ricordando come si debba proprio a lui “l’introduzione sistematica della mala vita nelle elezioni pugliesi dell’epoca”, ovverosia il ricorso all’intimidazione degli elettori che venivano costretti a disertare le urne o a votare solo per determinati candidati da energumeni armati di mazze (donde l’appellativo di “mazzieri”) assoldati dal De Bellis, che si guadagnò per questo il titolo di “Gran Mazziere”. Il che giustifica l’amara considerazione dello studioso gioiese: “la città di Gioia non deve molto al suo Onorevole”.

Come si vede, è un quadro davvero impietoso quello che ne esce fuori, che inevitabilmente finisce col chiamare in causa l’intera storia politica del nostro Comune, spesso funestata da tragici eventi e costantemente sospesa, nelle valutazioni degli storici, tra spinte innovative e cruente repressioni. Tralasciando, per il momento, questo dibattito, ci pare doveroso completare il presente argomento ricordando al lettore che non sono mancati sporadici ma significativi giudizi di tono diametralmente opposto, dei quali diamo brevemente conto per dovere di informazione.

La “Squilla Pugliese”, organo politico e amministrativo della provincia di Bari, così commentava nell’agosto del 1913 la decisione del nuovo rivale (forse il cav. Surico) di sfidare, nella successiva tenzone elettorale, il deputato uscente: “Ci sembra una vera bizza, un sogno irrealizzabile quello del nuovo candidato che s’è messo di fronte all’on. De Bellis, avente programma schiettamente costituzionale e che ha nel suo collegio larga messe di simpatie ed entusiasmi, che ora si accrescono e si uniscono fidenti attorno al loro rappresentante”.

Di certo anche nelle due legislature successive il De Bellis conservò il seggio in Parlamento, sempre attaccato ma mai sconfitto: nell’ottobre del 1919 figurava tra i membri uscenti della Camera per la predetta circoscrizione, insieme a tali Domenico Ciaffrese, Michelangelo Buonvino, Pasquale Caso; qualche settimana dopo iniziava la XXVI legislatura (per lui l’ultima), le cui elezioni avevano sancito un nuovo successo dello schieramento liberale a Gioia con 220 voti conquistati su un totale di 508.

I dubbi e le perplessità, ad ogni modo, non si dissipano ma anzi aumentano se si prendono in considerazione le altre esperienze dell’onorevole: nella primavera del 1929, difatti, egli fu arrestato per crack a Firenze, ma il 21 giugno il giudice istruttore del capoluogo toscano, “chiarita la inattendibilità degli indizi per un suo concorso di bancarotta nel fallimento della Banca Agricola di Toscana”, lo scarcerò.

L’incertezza, dunque, rimane: a questo breve articolo affidiamo il compito di sollevare il dibattito, a quanti avranno voglia di approfondire le conoscenze in merito demandiamo la responsabilità di formulare un giudizio più esaustivo su questo nostro discusso concittadino”.

(Domenico Paradiso - tratto dal bimestrale "la Piazza" n. 01 del 2003) 

Commenti  

 
#1 Gianpiero Ignazzi 2015-11-09 21:42
Lodevole iniziativa. Apre uno squarcio sulla Gioia di inizi'900 e sulla storia, per quanto sintetica, di alcuni dei personaggi dell'epoca.
Complimenti.

La Redazione
I complimenti li giriamo ad Antonio Verardi e a Domenico Paradiso. Com'è giusto che sia.
Grazie comunque per l'apprezzamento.
Buona serata.
 

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